Il ragioniere della razza pura e il giallo dell’hard disk sparito

FIRENZE — Tra il presepe dell’opera di Santa Maria del Fiore e l’imam che recita passi del Corano con la schiena attaccata al battistero del Duomo ci sono venti passi di distanza. «Allargare la distanza, separare razze e religioni, farle nemiche, solo così arriveremo al risanamento della civiltà , che è il nostro unico compito interno».
Gianluca Casseri ha lasciato dietro di sé cinque corpi sul selciato e una lunga serie di appunti privati che li annunciavano. Nell’appartamento fiorentino di via del Terzolle e nella palazzina di famiglia a Pistoia, tra cumuli di libri e biancheria sporca c’erano fogli sparsi, semplici post-it gialli riempiti da una grafia fitta che costituiscono il messaggio al mondo di un uomo che si era chiuso a esso, «alienato definitivamente dal cosmo ordinato che ci circonda». Ma la solitudine del pazzo spesso è il paravento utile a tutti per nascondere contiguità , vicinanze, consapevolezza. Sulla scrivania della casa fiorentina c’era lo schermo del computer, la sua tastiera, ma è sparito l’hard disk con la memoria, dettaglio non da poco rivelato dal Corriere Fiorentino che forse stride con la teoria della mela marcia e isolata.
C’è stato un tempo lontano in cui il bambino Gianluca si guadagnava la merenda recitando le terzine di Dante al panettiere di Cireglio, 500 anime sulle colline più alte di Pistoia, il luogo dove era nato. Sapeva la Divina Commedia a memoria e un giornale locale gli dedicò un articolo con l’ammirazione dovuta a un enfant prodige. Le promesse della gioventù non sempre si compiono, è una legge di vita e chissà  quando Casseri ha cominciato la sua personale opera di alienazione che lo ha portato a pianificare un massacro in stile norvegese, nella tasca del suo K-way sporco di sangue è stata trovata una scatola con altri 24 proiettili. Aveva 14 anni quando la madre Fernanda lo sorprese a costruirsi una bomba nella sua cameretta. Ne parlò con il maresciallo della stazione locale, che le disse di tenere d’occhio quel ragazzo strano, che non parlava con nessuno ed era perso nel culto dello scrittore H. P. Lovecraft, di Tolkien e della mitologia celtica.
I muri di casa erano il perimetro del suo mondo, quando nell’estate del 2010 lasciò Cireglio per trasferirsi a Firenze non se ne accorse nessuno. Negli anni Casseri era passato dal Signore degli anelli a una elaborazione teorica che metteva insieme l’ufologia, era una presenza fissa ai congressi sugli oggetti volanti non identificati, l’esoterismo con lo studio delle rune, l’alfabeto magico dei vichinghi e soprattutto una personale cosmogonia di estrema destra. Malato grave di diabete, perennemente in lotta con la depressione, vagheggiava di se stesso come del «ribelle» di Ernst Junger, il filosofo tedesco accusato di simpatie per il nazismo. Inseguiva un vitalismo esasperato e intanto macerava la sua teoria sulla purezza della razza mescolando razzismo e antisionismo in dosi uguali. Si esibiva nella negazione dell’Olocausto, definito «una fola costruita ad arte per i poveri di spirito» e rilanciava la teoria antisemita della grande cospirazione mondiale ebraica. Nel 2008 aveva scritto insieme a Enrico Rulli La chiave del caos, un romanzo che condensava la sua passione per l’esoterismo. In calce la dedica ai maestri, «buoni o cattivi che siano», e una citazione dell’amato Junger: «Proiettili e libri hanno il loro destino».
Il solitario Casseri, che a Cireglio era ancora il «tontolone con lampi di genio», così lo ricordano nell’unico bar. «Qui nessuno lo ha mai visto con una donna, andare alla partita di calcio, fare la spesa, entrare in un bar». Eppure tutti sanno che ogni settimana andava a esercitarsi al poligono di Pescia, con la sua 357 Magnum regolarmente denunciata, la stessa con la quale ha sparato ieri. E raccontano con tono divertito del fallimento della sua unica impresa nel mondo di tutti, l’apertura di uno studio da ragioniere commercialista all’Abetone durata pochi mesi e costata molto ai parenti per chiudere la bocca ai debitori. La sua famiglia è benestante, lo zio Piero è un noto costruttore edile, l’affitto dei molti appartamenti ereditati dal padre Renzo bastava per tirare avanti, a lui e al fratello Giancarlo, ferroviere in pensione.
Ma nessuno può restare solo per sempre, attaccato a un computer e alla sua comunità  virtuale, nessuno può vivere da isola, anche se adesso sono tanti quelli a cui farebbe comodo ricordare Casseri come un cane sciolto senza legami. Nella vita vera i suoi amici erano i ragazzi di CasaPound, i «fascisti del nuovo millennio», camerati per affinità  elettiva che adesso cancellano i suoi scritti dal blog Ideodromo, una sorta di vetrina ideologica del gruppo, e rinnegano il suo nome, Casseri non ci risulta, non sappiamo chi è, quereliamo se lo accostate a noi. Almeno Lorenzo Berti, segretario di CasaPound Pistoia, ha l’onestà  di distinguere senza rinnegare. «Non era un iscritto — dice — ma lo possiamo definire un nostro militante». Lo chiamavano spesso per fare gruppo e lui non si negava. Sabato scorso era in piazza a raccogliere firme con Equitalia, nel 2010 era diventato ufficialmente «noto alle forze di polizia» per aver occupato con gli altri di CasaPound l’edificio destinato a diventare il nuovo carcere di Pescia. Passava ore in sede ad aspettare qualcuno per parlare di filosofia, delle sue teorie tese «alla riscoperta della spiritualità  dell’uomo bianco», che poi prendevano corpo in tirate razziste sulla presunta invasione islamica, «l’orda impura», alla quale erano destinati quei 24 proiettili. «A voi non vi sparo» ha detto ai poliziotti che lo avevano circondato. E sono state le sue ultime parole.
L’assassino di Firenze era un solitario ma non uno sconosciuto. Le sue idee erano note e pubblicate e la corsa a cancellarlo come fosse un refuso, una bestemmia impronunciabile, ha qualcosa di inquietante. Forse nessuno vuole condividere una sconfitta. Perché ieri in piazza del Duomo quei venti passi di distanza tra due diverse religioni non sono diventati un solco, la rabbia si è mischiata alla solidarietà . Casseri il razzista ha ucciso, ma ha perso.


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