Una società  malata

È vero che la reazione depressiva diffusa e visibile provocata dalla persistente stagnazione economica oscura i fattori psicologici che questa stagnazione l’hanno preceduta e favorita, ma a uno sguardo non distratto da un pragmatismo tanto concreto quanto velleitario appare evidente il condizionamento emotivo che mina alle loro radici le soluzioni puramente tecniche della crisi. Se il nostro presidente del consiglio è assurto a paradigma mondiale di inezia ciò è accaduto perché egli è un sintomo molto serio di un torpore psichico che sorpassa ampiamente i confini italiani. Le sue enormi responsabilità  faranno (si spera) di lui l’oggetto giusto di un processo catartico ma siccome la catarsi è sempre vicina al capro espiatorio bisognerà  poi vedere se la sua caduta sarà  la tipica cura del sintomo che tiene in piedi la malattia (il tipo di reazione psicologica collettiva che ha consentito il suo successo). La malattia che minaccia il futuro della nostra società  non è un evento oscuro a cui rassegnarsi, ha dei collegamenti complessi ma riconoscibili con l’organizzazione sociale che l’ha determinata. La cosa che colpisce di più a un primo sguardo è il vivere alla giornata delle istituzioni che avrebbero il compito di decidere il nostro destino: la paralisi del congresso americano e degli organi decisionali europei ne è solo la prova più evidente. Non è diniego della realtà  ma coriaceo rifiuto ad investire in prospettive nuove. Cambiare niente per non cambiare tutto è l’assunto psicologico sotterrraneo che mostra come il cambiamento è avvertito dai più come catastrofico. L’illusione ottica di un cambiamento che non cambia nulla è il prodotto di massa maggiormente richiesto e la pressione è tale che perfino Barak Obama, il politico che a livello mondiale incarna maggiormente le istanze della ragionevole novità , rischia di esserne risucchiato. Due sono i fattori principali che creano disorientamento: l’eccezionale avanzata delle donne e i grandi flussi migratori. Questi movimenti dovrebbero essere espressione di una società  più libera e aperta ma l’organizzazione capitalistica dell’economia, con la mercificazione crescente delle relazioni (diventata indice di prosperità ) che promuove, si dimostra incapace di sostenerli; li svuota di significato e li trasforma in fattori destabilizzanti. La socializzazione del privato, il processo che trasforma il desiderio dei singoli individui in capacità  di costruzione collettiva facendo della loro incompletezza personale un’apertura al mondo, cede il posto alla privatizzazione del sociale, che tende a trasformare la società  in una rete di isolati consumatori di merci. In una situazione del genere non è paradossale che la politica di rigore senza sviluppo manifestamente irragionevole che la Merkel impone alla Grecia assecondi la ragione squisitamente emotiva che spinge i suoi elettori, tedeschi operosi, a non considerare i propri interessi a lungo termine e a scaricare a breve la loro irritazione nei confronti dei loro debitori greci supposti sfaccendati e pigri.


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