Le prime rappresaglie di Israele

  GERUSALEMME.  Benyamin Netanyahu e i suoi principali ministri ieri sono rimasti riuniti per ore. Sul tavolo di lavoro del gabinetto di sicurezza israeliano non c’era solo l’avvio di una nuova devastante offensiva di terra contro Gaza – dopo l’escalation dei giorni scorsi -, ma anche il punto sulla reazione al voto di lunedì alla Conferenza generale dell’Unesco che ha ammesso la Palestina nell’agenzia dell’Onu per la cultura, la scienza e l’istruzione. «Israele rifletterà  molto bene, sia a livello diplomatico che politico, tenendo conto dei suoi interessi», ha avvertito prima della riunione il vice-ministro degli esteri Danny Ayalon. Dopo la riunione il governo in un comunicato ha annunciato le prime ritorsioni: accelerare la costruzione di insediamenti ebraici in Cisgiordania e di 2000 alloggi solo a Gerusalemme est; congelare il trasferimento di fondi (palestinesi) ai palestinesi: yba decisione che l’Anp ha definito «disumana».
Washington ha già  fatto la sua parte annunciando subito la sospensione di un versamento di 80 milioni di dollari destinato all’Unesco: una misura automatica, visto che due leggi approvate negli anni ’90 dagli Usa, da sempre alleato fedele di Israele, vietano espressamente il finanziamento di qualsiasi organizzazione Onu che accetti la Palestina come membro a pieno titolo. A ruota il Canada, «non contento» del riconoscimento della Palestina e che attraverso il suo ministro degli esteri, John Baird, ha fatto capire che taglierà  i 10 milioni di dollari che passa annualmente all’agenzia dell’Onu. «E’ molto negativo che gli Stati uniti abbiano deciso di privare l’Unesco del loro contributo», ha commentato la Russia, sottolineando che «il conseguimento da parte della Palestina dello status di membro all’Unesco era una richiesta legittima del governo di Ramallah».
Ma ora si guarda più di tutto alla ritorsione di Israele, che potrebbe materializzarsi al più presto, se non avranno successo gli inviti alla calma che, si dice, la Casa bianca e il Dipartimento di stato starebbero lanciando al premier israeliano. Il primo passo sono stati «l’accelerazione» di nuove case e il congelamento dei dazi doganali e di altre tasse che Israele, come prevedono gli accordi di Oslo del ’93, raccoglie ai valichi di frontiera e ai porti per conto dell’Autorità  nazionale palestinese (Anp): 40-50 milioni di dollari al mese vitali per la sopravvivenza del governo del premier palestinese Salam Fayyad. D’altronde il punto sul quale battono Netanyahu e il suo ministro degli esteri Avigodor Lieberman è il presunto «abbandono» di Oslo da parte del presidente dell’Anp Abu Mazen per seguire la strada delle «mosse unilaterali». Ma si prospettano anche restrizioni dei movimenti degli stessi esponenti dell’Anp, la chiusura più ermetica delle aree autonome e forse anche la revoca dei permessi di lavoro a migliaia di palestinesi. «Noi non rifiutiamo il negoziato ma Israele deve prima interrompere totalmente le costruzioni nelle colonie nelle nostre terre», ha ribadito qualche giorno fa Abu Mazen che in una intervista è arrivato addirittura ad affermare che fu «un errore» da parte degli arabi rifiutare il piano votato dall’Onu nel 1947 per la spartizione della Palestina in due stati. Una dichiarazione che ha fatto saltare sulla sedia non pochi palestinesi. Ma a Netanyahu non basta.
In ogni caso Abu Mazen e i suoi collaboratori per il momento sembrano non temere la rappresaglia israeliana – forse già  cominciata con l’attacco lanciato ieri da hacker al più grande network palestinese che ha lasciato decine di migliaia di persone senza internet e telefono – e assicurano che proveranno ad ottenere l’ammissione della Palestina in una dozzina di agenzie dell’Onu e di organizzazioni internazionali. Il prossimo obiettivo è l’Organizzazione mondiale della sanità  (Oms). Il ministro della salute Fathi Abu Moghli ha già  preso contatto con i funzionari dell’Oms in Cisgiordania. Subito dopo verrà  l’Agenzia atomica internazionale.
L’attenzione però potrebbe presto spostarsi su Gaza. Il ministro israeliano Silvan Shalom ha avvertito che il governo è vicino «ad una decisione drammatica che metterà  fine al bombardamento del sud del paese». Potrebbe perciò scattare una seconda operazione «Piombo fuso» contro Gaza dopo l’escalation cominciata nel weekend con l’uccisione di cinque militanti del Jihad colpiti dall’aviazione israeliana in un campo di addestramento nel sud di Gaza e seguita dal lancio di decine di razzi e colpi di mortaio verso il territorio meridionale di Israele. Negli ultimi giorni i raid aerei hanno ucciso 12 palestinesi; i razzi lanciati da Gaza hanno ferito mortalmente un israeliano ad Ashqelon. «La responsabilità  è soltanto di Hamas… se i lanci di razzi non si fermeranno, colpiremo direttamente i leader dei terroristi e le loro infrastrutture», ha minacciato Shalom. La mediazione egiziana ieri sarebbe riuscita a bloccare Israele, ma solo per il momento.


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