VARSAVIA Palikot, l’imprenditore-filosofo «assassino» dei socialdemocratici

 VARSAVIA. Ha vinto ancora l’europeista liberal-conservatore Donald Tusk ma senza i trionfalismi di quattro anni fa e come allora ad essere sconfitto è stato l’ultra-conservatore Jaroslaw Kaczynski. Il voto di domenica, tutto giocato a destra, è finito secondo le previsioni dei sondaggi pre-elettorali: il partito di governo Platforma obywatelska (Piattaforma civica, Po) si conferma prima forza politica del paese, raccogliendo quasi il 40% dei consensi, mentre gli ultra-conservatori di Prawo i sprawiedliwosc (Legge e giustizia, Pis) non sono andati oltre il 29%.

Una vittoria senza trionfalismi, dunque, come recitava il titolo di un editoriale comparso ieri su Gazeta Wyborcza, uno dei più autorevoli quotidiani polacchi. Una vittoria, però, appannata dai numeri dell’affluenza, mai così bassa da quando si tengono libere elezioni. Solo il 48,8% degli aventi diritto al voto si è recato domenica alle urne. Più della metà  degli elettori non sono andati a votare e questo è un dato che dovrebbe far riflettere tutte le forze politiche. Che la sfiducia dei polacchi verso la loro classe dirigente e politica fosse alta era ben noto, ma non in queste proporzioni. C’è qualcosa che non va negli ingranaggi del sistema di rappresentanza politica. Il miracolo economico degli ultimi anni non è stato accompagnato da una redistribuzione equa della ricchezza. Il risultato di tutto ciò è un paese spaccato a metà : la Polonia di serie A e la Polonia di serie B, le grandi città  ricche e moderne e le zone rurali povere e senza futuro, nelle quali l’unico rimedio alla disperazione è la vodka. E’ li che sta la massa del non voto, gli esclusi dalla crescita, quelli che Jaroslaw Kaczynski ha tentato di conquistare al grido di «Dio, onore e patria», resuscitando anche l’antico odio verso la Russia e la Germania.
Un segnale forte è arrivato però dai giovani, che in massa hanno votato per Janusz Palikot, la vera sorpresa di questa tornata elettorale. Il suo movimento politico, Ruch Palikota, diventa la terza forza politica del paese col 10% dei consensi. Il ricco imprenditore-filosofo di Lublino è riuscito nell’impresa di convogliare attorno a sé il consenso giovanile e quello dei delusi. Il suo manifesto laico, anticlericale e progressista – legalizzazione dell’aborto e delle droghe leggere, unioni civili allargate ai gay, fine dei privilegi per la chiesa e riforma del sistema di sicurezza sociale – era considerato troppo radicale dai commentatori per un paese profondamente cattolico come la Polonia. Evidentemente le lancette della storia corrono più veloci delle analisi politiche.
A rimetterci le penne sono stati i socialdemocratici di Sld. In un secondo editoriale pubblicato su Gazeta Wyborcza, Palikot è stato «l’assassino politico» di Napieralski, il giovane leader (34 anni) della sinistra post-comunista. Una vera debacle. Sld ha raccolto appena l’8% dei consensi, ben al di sotto del 13% che Gregosz Napieralski aveva ottenuto alle presidenziali del 2010. Un’emorragia di voti che lo hanno portato ieri a rassegnare le dimissioni da segretario del partito: poco carisma e tanto immobilismo e soprattutto la sempiterna nomenklatura (la stessa da 20 anni) a tirale le fila. I giovani questo non gliel’hanno perdonato.
Oggi partono i colloqui tra i partiti per la formazione del governo. E’ più che probabile una riedizione della coalizione parlamentare uscente, con il Partito dei contadini (8,3%) alleato di Po. Le due formazioni raggiungerebbero insieme il numero di 236 seggi alla camera (Sejm), sufficienti per governare. Dalla parte opposta, Jaroslaw Kaczynski ha riconosciuto la sconfitta e aspetta il giorno in cui «Varsavia diventerà  come Budapest», prendendo ad esempio la destra nazionalista ungherese che da quando è andata al potere nel 2010 sta mettendo a soqquadro le istituzioni democratiche del paese, con il bavaglio alla stampa e con il controllo diretto del potere giudiziario.


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