Prezzi delle case giù La sindrome cinese della bolla immobiliare

PECHINO — Per adesso a finire in pezzi sono i nervi dei proprietari e gli uffici degli agenti immobiliari: non la bolla. Uno schianto fragoroso ma non del tutto inatteso. Scendono i prezzi delle case e coloro che si sono svenati per acquistare un appartamento assistono al deprezzarsi del loro investimento. Protestano, anche. I giornali hanno contato nel fine settimana, solo a Shanghai, almeno tre incidenti provocati da neoproprietari furiosi per la repentina riduzione dei prezzi decisa dagli immobiliaristi, in uno di questi lo showroom di un’impresa di costruzioni è stato devastato da 300-400 persone.
I nomi delle imprese rimbalzano sul web, China Overseas Property, Longfor Properties, Greenland Group. Si legge di prezzi abbattuti da 18.500 renminbi al metro quadro (circa 2 mila euro) a 14 mila (1.600 euro), da 23 mila renminbi (2.500 euro) a 17 mila (1.900 euro). Manifestazioni analoghe avvengono in altre città , dove si segnalano sconti anche del 40%. Questo spiega l’ira di chi, spesso con immani sacrifici, ha realizzato il sogno obbligatorio di ogni cinese, acquistare la casa, peraltro tra le pochissime forme di investimento in un Paese dove i depositi bancari rendono una frazione irrisoria del tasso d’inflazione (ora sopra il 6%), dove scarseggiano prodotti finanziari sofisticati, dove di fatto manca lo stato sociale e, dunque, ai piccoli risparmiatori non restano che la Borsa o il mattone.
Per anni il mercato immobiliare è cresciuto con vigore, spingendo in alto il Pil. Solo nel 2010 gli investimenti hanno superato i 750 miliardi di dollari. Il pacchetto di stimolo varato tre anni fa per contrastare la crisi globale si è indirizzato in buona parte nel settore, survoltato dalla generosità  creditizia del sistema bancario cinese. Ma l’aumento dei prezzi della casa, che è un pilastro culturale e psicologico della società  cinese, ha cominciato a diffondere presto incertezza e ansia nella società , soprattutto nelle classi medie fino ad allora più favorite dal boom. Le autorità  temono l’erosione del consenso e hanno varato misure in serie. Il premier Wen Jiabao, l’uomo che tra i leader ha il compito di metterci la faccia, ha invocato ripetutamente un raffreddamento del mercato immobiliare. Alle banche sono stati imposti limiti al credito e sono state innalzate le quote di depositi obbligatori. Sia a livello centrale sia a livello locale le autorità  hanno negato l’acquisto di terze case, posto limiti draconiani all’erogazione di mutui, talvolta vietato la seconda casa.
Nell’ultimo trimestre le vendite sono scese del 15%, adesso l’Ufficio nazionale di statistica segnala che da Pechino a Shenzhen, da Shanghai a Canton i prezzi nei quartieri periferici sono calati del 30-50%. E se in gennaio, su 70 città , in 60 i prezzi erano in salita, in agosto e settembre in 46 erano in calo o quantomeno stabili. «In 16 anni da promotrice immobiliare, mai un momento così difficile», le misure prese dalle autorità  per raffreddare la speculazione «hanno davvero ammazzato il mercato», ha dichiarato Zhang Xin, cofondatrice del colosso Soho China.
I cantieri rallentano, i palazzi restano vuoti, gli agenti ricorrono agli sconti. Gli economisti invece s’interrogano se, in realtà , tutto non debba ancora accadere. E con le banche obbligate a chiudere le cateratte dei prestiti, i costruttori ripiegano sui prestiti cosiddetti «grigi», a tassi elevati e fuori dal circuito bancario: ne è nata, nello Zhejiang ma anche altrove, una seconda emergenza che ha mobilitato, di nuovo, la leadership centrale. Ma questa è un’altra storia. E un’altra bolla.


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