Ossessione Usa: isolare l’Iran

L’amministrazione Usa ha moltiplicato gli sforzi per isolare Tehran, che nelle ultime settimane è dipinta come il nuovo «nemico principale», più pericoloso perfino della eterna al Qaeda. Un inviato del governo degli Stati uniti, il sottosegretario al tesoro David Cohen, ha girato le capitali europee questa settimana per sostenere un’azione concertata per nuove sanzioni all’Iran. Da alcuni anni gli Usa trascinano i paesi alleati, Europa in testa, in sanzioni unilaterali che vanno molto oltre quelle decretate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Ora si avvicina un nuovo round. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sta per pubblicare il suo nuovo rapporto sull’Iran, e secondo alcune indiscrezione dirà  che il programma di arricchimento dell’uranio ha fatto progressi e l’intero programma atomico iraniano ha finalità  militari. Ormai però molti paesi rifiutano nuove sanzioni all’Iran: i sospetti non sono mai stati provati, l’Aiea continua ad avere accesso agli impianti atomici iraniani. L’Iran è inadempiente verso il Consiglio di sicurezza, che gli aveva intimato di sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma non verso il Trattato di non proliferazione, cui aderisce.
Ecco però che da Washington arrivano altri argomenti a sostegno della sua campagna. L’Iran va contenuto perché non si infili nel vuoto che gli Usa lasciano in Iraq, da cui le ultime truppe americane si ritireranno entro fine anno (non rimarranno neppure i 3-5.000 soldati di «presidio» previsti in origine, poiché Baghdad non ha accettato la clausola dell’impunità  che Washington chiede sempre per le sue truppe).
Soprattutto, c’è la storia del complotto: due settimane fa il Dipartimento alla giustizia ha annunciato di aver sventato un piano di uccidere l’ambasciatore dell’Arabia saudita a Washington, e il segretario alla giustizia Eric Holder ha dichiarato che il complotto porta dritto alle Forze Al Qods, corpo di élite delle Guardie della rivoluzione dell’Iran, e quindi al vertice della Repubblica islamica.
Due settimane dopo, le prove restano molto vaghe. Tutto ruoterebbe attorno a un cittadino iraniano-americano, Mansur Arbabsiar, 56enne venditore di auto usate negli Usa, e suo cugino Gholam Shakuri, ufficiale della Forza al Qods; il primo è agli arresti negli Usa (lunedì in tribunale si è dichiarato non colpevole), Shakuri si trova forse in Iran. Mesi fa Arbabsiar avrebbe preso contatti con un cartello del narco-traffico messicano, gli Zeta, per vendergli tonnellate di oppio proveniente dall’Afghanistan. Arbabsiar è andato fino in Messico per trattare l’affare, ma il suo contatto era un informatore della Dea, l’agenzia anti-narco Usa: così a sostegno dell’accusa ci sono trascrizioni di telefonate e incontri dove si parla di attaccare sedi diplomatiche e di far fuori l’ambasciatore saudita.
Il giornalista americano Gareth Porter, esperto di questioni della difesa nazionale Usa, ha notato che in quelle trascrizioni è sempre l’uomo del cartello (l’informatore) a suggerire a Arbabsiar la possibilità  di altre azioni – uccidere l’ambasciatore saudita – ma «non c’è una specifica conversazione da cui risulti che la proposta possa essere attribuita a Arbabsiar». Insomma: lo spiantato venditore di auto usate ha tentato di vendere oppio riconducibile all’Iran al cartello messicano, dove un agente-informatore Usa gli ha dato corda per costruire una trappola.
Nelle ultime due settimane esperti e studiosi di affari iraniani hanno espresso grande scetticismo sul complotto tex-mex. Cosa prova che l’iranian-americano agisse per conto dell’intelligence e con l’accordo dei vertici politici della Repubblica islamica? Perché le Guardie della rivoluzione si affiderebbero a un agente così improbabile? Nulla nel presunto complotto rientra nel modus operandi dell’intelligence iraniana – né pianificare un atto così rischioso in territorio Usa, né lasciare tracce indelebili, né chiamare in causa un’organizzazione esterna (gli Zeta), non musulmana e non politicamente vicina. E poi, quale beneficio trarrebbe l’Iran da un assassinio politico che alzerebbe subito la tensione? Obiezioni espresse da voci diverse: perfino un consigliere del governo saudita ha detto che un complotto ci sarà , «ma siamo scettici su quanto sia reale». L’Iran ha smentito e protestato: dalla Guida suprema Ali Khamenei all’ex presidente Khatami, al ministro degli esteri Ali Akbar Salehi che ha anche offerto di cooperare alle indagini, se gli Usa presenteranno qualche prova.
Credibile o meno però, il «complotto» ha la sua funzione. Nelle ultime due settimane Fbi, Cia, e Dipartimenti di stato, giustizia e tesoro hanno informato il Congresso delle prove raccolte contro l’Iran. Hanno convocato diplomatici stranieri per fare lo stesso. L’ambasciatrice Usa presso l’Onu, Susan Rice, ha portato al Consiglio di sicurezza le prove. Mercoledì la Camera Usa ha dichiarato che l’Iran ha ormai superato una «linea rossa», ha compiuto un «atto di guerra», e chiede al presidente Obama di riconsiderare la politica Usa verso Tehran. Colpire l’Iran? Il clima è proprio quello.


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