La Turchia sconvolta dal sisma un minuto di terrore, mille morti

Van. «Scava, scava ancora!». La notte è nera come la pece, a Van. E solo i fasci di luce sparati dalle fotoelettriche tagliano il buio, immergendosi nelle macerie assieme a cento mani pietose che riescono nel miracolo di estrarre un ragazzo che ancora respira.
Mille morti nel sud est dell’Anatolia. In piena zona curda, già  piegata dalla guerra infinita tra Pkk ed esercito di Ankara. A un passo dal confine con Iran e Iraq. Ma forse le vittime sono di più. Fino a diecimila, profetizzano gli esperti.
La Turchia, oggi, è ferita da un nuovo terremoto – sette gradi e due della scala Richter – devastante quanto quello del 1999 a Istanbul. Allora si contarono 18 mila morti, quando il sisma colpì però nel mezzo della notte. Ieri a Van la terra ha cominciato a scuotersi a mezzogiorno. E nel minuto in cui le case crollavano, come un castello di carte, una sopra all’altra, la gente ha cercato almeno di guardarsi intorno, di capire, e di fuggire salvandosi per strada.
Dai resti di un balcone ormai schiacciato al suolo spunta la ruota di una piccola bici. «Ci sono tanti bambini là  dentro», piange disperata una donna con il velo da contadina in testa. Un uomo invoca aiuto e intanto leva le braccia al cielo. Intona una preghiera muta, con la voce che gli resta in gola. Tutti insieme, giovani, donne, vecchi, si sbracciano nel dolore di una notte gelata, a mani nude, in una lotta disperata contro il tempo, per cercare di tirare fuori quante più vite intrappolate possibili.
All’ospedale il suono lugubre delle sirene è un lamento infinito. L’obitorio è già  stracolmo. E nelle celle che non riescono a contenere altri corpi, ci sono cinquanta morti, e nuove barelle continuano a scaricare gente.
Van è in ginocchio. Ma sono tanti altri i paesi e le città  affondate dal sisma. L’epicentro è stato registrato ad appena 7 chilometri di profondità  del suolo, colpendo il villaggio di Tabanli, nella provincia orientale di Van. Ma i colpi di maglio che hanno continuato a piagare la zona per tutta la notte sono stati percepiti fino a 200 chilometri da qui, ad Hakkari. E i rulli del sisma sono arrivati chiaramente fino a Dyarbakir, a Sirnak, a Siirt, a Batman, a Mardin.
In provincia, sul lago di Van dal quale vengono i celebri gatti capaci di nuotare, nella cittadina di Ercis è crollata la casa dello studente. Un triste parallelo con l’Aquila, dove molte furono le vittime nell’ostello che ospitava gli universitari. «Abbiamo subito bisogno di tende e squadre di soccorso», dice lanciando un appello alla tv il sindaco, Zulfukar Arapoglu. «Non abbiamo ambulanze e c’è un solo ospedale. Ci sono molti morti e feriti».
Il ministro della Salute, Recep Akdag, legge le cifre su un foglietto. «Gli edifici caduti sono circa trenta. I morti ancora non sappiamo con precisione». Il direttore generale dell’Osservatorio sismologico di Kandilli, l’istituto preposto a Istanbul per il controllo dei terremoti, li stima in «circa mille». E migliaia sono gli edifici danneggiati. Ma sembrano solo stime, ancora, per difetto.
La Mezzaluna rossa sta inviando tende e pasti caldi. La Turkish Airlines ha mandato all’aeroporto di Van, per molte ore rimasto chiuso, coperte e ogni generi di conforto. Nel pomeriggio è atterrato anche il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan. L’uomo forte della Turchia è apparso scosso e commosso. A tutti ha promesso il pieno sostegno del governo e dello Stato. In città , da alcuni anni, vive anche una famiglia italiana. Stanno tutti bene, hanno fatto sapere all’ambasciata di Ankara che li ha contattati, anche se hanno vissuto momenti di spavento.
Intorno però la terra continua a tremare. E l’altra sola cosa che non sembra non fermarsi mai, qui, è la guerra, il conflitto a bassa intensità  ma ad alto costo di vite umane, in atto da 25 anni fra i militari e i guerriglieri curdi. Mercoledì scorso un agguato del Pkk ha provocato il peggior massacro di soldati da 18 anni a questa parte. Subito è cominciata la controffensiva delle Forze armate, in tutte le provincie attorno a Van, Diyarbakir e Bingol, e con attacchi aerei oltre la frontiera con il Nord Iraq, sulle basi dove i ribelli si rifugiano.
L’Unione Europea, con cui la Turchia è ormai ai ferri corti visto il blocco imposto al negoziato con Ankara per un ingresso turco che pare ormai compromesso, ha presentato al capo dello Stato, Abdullah Gul, le condoglianze dei Paesi membri. La Nato si è spinta più in là , e oltre a esprimere «la sua pensa e solidarietà » ha disposto aiuti e assistenza.
Unica nota positiva, l’offerta di Israele – Paese considerato dopo l’attacco delle teste di cuoio di Gerusalemme alla nave turca Mavi Marmara nel 2009 alla stregua di un nemico – di portare subito aiuti umanitari. Un gesto che Ankara, però, avrebbe rifiutato. Eppure nel 1999, dopo il terribile sisma di Istanbul, e qualche tempo dopo un altro nelle province della Grecia, furono proprio gli aiuti reciproci, la cosiddetta «diplomazia dei terremoti», a riavvicinare greci e turchi. Poteva accadere lo stesso con Israele. Nella triste notte di Van, mentre un altro sopravvissuto viene estratto coperto di calce, sarebbe stato l’unico conforto.


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