Due Europe per una crisi

 PARIGI. Massimo allarme e nervi a pezzi ai vertici dell’Unione europea e dei suoi stati membri. Mentre la Grecia si preoccupa delle conseguenze che dovrà  subire a causa della svalutazione del suo debito estero (5% secondo la Germania, 40% per le banche tedesche), i negoziati andranno avanti per i due giorni che ci separano dalla seconda parte – quella che dovrebbe essere risolutiva – del Consiglio europeo, che si terrà  mercoledì. L’Europa è spaccata in due gruppi, i 17 della zona euro e gli altri dieci, e già  uno dei due fronti – quello della zona euro – si incrina. I paesi non-euro hanno preteso che mercoledì ci fosse un vero Consiglio a 27 e non solo un incontro a 17. Due paesi euro, l’Olanda e la Finlandia, hanno unito le loro firme alla Svezia, in una lettera dove chiedono che vengano «tutti coinvolti». I termini dello scontro erano venuti alla luce domenica, con lo scambio poco amichevole tra Nicolas Sarkozy e David Cameron. «Ne abbiamo abbastanza di sentirvi criticare e dirci cosa dobbiamo fare» ha detto il presidente francese al premier britannico, che ha ribattuto: «La crisi dell’euro colpisce tutte le nostre economie, ivi compresa quella britannica. È nell’interesse britannico che i paesi dell’euro risolvano i loro problemi. Diventa pericoloso quando vengono prese decisioni vitali per gli altri paesi del mercato unico, come quelle sui servizi finanziari che concernono tutto il mercato unico». Al che Sarkozy è sbottato: «Detestate l’euro, non avete voluto aderirvi e adesso volete imporre la vostra presenza alle nostre riunioni?». Ieri gli euroscettici della coalizione al potere a Londra hanno imposto un voto su un eventuale referendum di uscita della Gran Bretagna dall’euro (che non aveva però nessuna possibilità  di passare).

Un passo avanti è stato fatto sul fronte della ricapitalizzazione delle banche, dove sono state dissipate alcune zone d’ombra. Risulta che saranno una sessantina le banche europee che avranno bisogno di una ricapitalizzazione, complessivamente intorno ai 90-100 miliardi, nei quali sono inclusi i 46 miliardi già  versati per venire in aiuto ai sistemi bancari di Portogallo, Irlanda e Grecia (il Fmi calcola che siano necessari 200 miliardi). Con questi fondi le banche potranno raggiungere il 9% di fondi propri già  da metà  2012.
I titoli bancari hanno resistito ieri sui mercati, con l’eccezione di Unicredit, segnale preoccupante in più sulla situazione italiana. Secondo Christophe Noyer, governatore della Banque de France, le banche francesi, peraltro molto esposte in Grecia (per non parlare dell’Italia, che deve 416 miliardi di dollari al sistema bancario francese), avranno bisogno di «meno di 10 miliardi» per ricapitalizzarsi. Si tratta di una cifra «assorbibile dalle banche stesse – ha precisato Noyer – senza bisogno di un intervento di aiuti dello stato». Del resto, gli stati non hanno più soldi per interventi diretti. Per questo, la riattivazione dei meccanismi di garanzia per le banche messi in opera nell’ottobre 2008, dopo il crollo di Lehman Brothers, una misura che dovrebbe venire ufficializzata a giorni, crea qualche problema: dovrebbe essere il Fesf, il fondo salva-stati, ad intervenire. Sul Fesf, Francia e Germania si stanno avvicinando, con Parigi che cede e abbandona l’idea di trasformarlo in una banca, e Berlino che impone la sua idea di fondo di garanzia di una percentuale del debito (20-30%) dei paesi in difficoltà . Ci sarà  però una forma di effetto-leva, perché, come spiega un banchiere, «l’implicazione della Bce è fondamentale per la soluzione della crisi del debito». La Norvegia potrebbe partecipare al capitale del Fesf.
Sarkozy, che a Bruxelles si è mostrato particolarmente sgradevole, ha seri motivi per essere nervoso. Secondo un sondaggio pubblicato da Libération, solo il 33% dei francesi gli dà  fiducia per migliorare la situazione finanziaria (Hollande raccoglie il 48% di fiducia), il 75% pensa che l’azione del presidente sia inefficace in campo economico. Già  entrato in campagna elettorale ufficiosamente, giovedì sera Sarkozy si spiegherà  in tv (Tf1 e France2): ha scelto lui i giornalisti che lo intervisteranno e anche la società  (privata) che produce la trasmissione, sollevando le proteste dei redattori di France2, rete del servizio pubblico.


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