Schiaffo della Confindustria “No ai politici sul palco di Capri”

ROMA – Non li chiamano, non li vogliono, non intendono regalar loro nessuna passerella: hanno deciso che non se la meritano. I giovani di Confindustria, ogni autunno fanno un convegno per dibattere i temi dell’attualità  economica. La sede è sempre quella: Capri. La formula, fino a ieri, pure: relazioni e incontri vari e poi la presenza della «politica», ministri, da una parte, esponenti della maggioranza dall’altra. Anche quest’anno il convegno si farà  a Capri, il 21 e il 22 ottobre, ma dei politici non si vedrà  ombra. Gli imprenditori «under 40» hanno infatti deciso di fare «una cosa rivoluzionaria», come spiega il loro presidente Jacopo Morelli. «Non li inviteremo sul palco, li inviteremo solo ad ascoltare. Avevamo fatto proposte, abbiamo avuto zero risposte. Non vogliamo essere presi in giro».
Dopo i fischi dei costruttori dell’Ance al ministro Matteoli ecco dunque il nuovo schiaffo che gli imprenditori assestano al governo. Non è la prima volta che Confidustria manifesta il suo fastidio per una classe politica che «non fa». Già  lo scorso maggio oltre duemila imprenditori, Marcegaglia in testa, avevano sfilato con una silenziosa marcia di protesta per le vie di Treviso. Pochi giorni dopo i colleghi di Vicenza avevano annunciato che alla loro assemblea i politici non avrebbero parlato «perché sarebbe solo una perdita di tempo».
Così sembrano pensarla anche i giovani e il loro presidente. Solo a giugno, nell’altro tradizionale convegno degli imprenditori under 40 a Santa Margherita, i politici avevano avuto il loro posto sul palco. «Adesso – spiega la giovane Confindustria – diciamo: zero risposte, zero politici». «Vogliamo il dialogo, ma che sia serio» chiede Morelli. Le cose dette nell’assemblea ligure, ricorda, caddero nel vuoto. Adesso si considerano «in trincea, ma combattivi e determinati». «Non possiamo continuare ad avere un Paese umiliato dalle non scelte» precisano. Parti sociali e politica stanno quindi diventando due rette parallele, mondi che non si parlano.
Ieri per esempio, con un seminario organizzato da Tremonti (Berlusconi assente perché queste sono «giornate turbolente» ha precisato Gianni Letta) il governo, ha comunque dato il via alla stagione delle dismissioni. Per rispondere alle richieste della Bce che – nella lettera dello scorso agosto anticipata dal “Corriere della Sera” – chiedeva «azioni pressanti», il ministro dell’Economia ora percorre la strada della vendita e valorizzazione del patrimonio pubblico. Siamo qui «per fare l’inventario» ha precisato Tremonti. Ma fra immobili, partecipazioni, infrastrutture, risorse naturali e beni culturali il patrimonio dello Stato è un tesoro da 1.815 miliardi, più o meno quanto il fardello del debito pubblico (1.843). Una quota, 675 miliardi, è «fruttifera» e un’attenta valorizzazione potrebbe dare, a regime «anche 10 miliardi di euro l’anno». Ricchezza, dice Tremonti, che serve ad «abbattere il debito e far da volano all’economia». «Ma pensa davvero che gli italiani abbiano dimenticato il fallimento delle cartolarizzazioni?» replica Boccia del Pd.


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