Palestina. Solo una tappa, ma fondamentale

La Palestina si limiterà  invece a chiedere all’Assemblea generale di essere considerato uno Stato e di acquisire, come tale, la condizione di “osservatore” (status che ha già , ma solo come Palestina – entità  geografica – non come “Stato palestinese”). Beninteso, questo status non conferisce grandi poteri. Un “osservatore” può partecipare a quasi tutte le sedute dell’Assemblea e di alcuni altri organi minori, e ricevere tutti i documenti. In alcuni casi può fare dichiarazioni ed esprimere opinioni. Se così è, cosa cambierà ? La cosa più importante per i palestinesi è ottenere dalla maggioranza dell’Assemblea generale dell’Onu l’agognato riconoscimento.
È il riconoscimento a essere oramai un’entità  statale, dotata di un governo centrale, un territorio, anche se non ancora definito internazionalmente (ma l’Autorità  palestinese chiederà  che venga riconosciuta come confine la linea precedente alla guerra del 1967), e una popolazione, anche se ancora sottoposta a occupazione bellica da parte di Israele. Questo riconoscimento avrebbe un enorme valore politico e psicologico, anche se non vincolerebbe giuridicamente gli Stati che vi si oppongono (Usa, Israele e qualche Stato europeo).
Un altro vantaggio per l’Autorità  palestinese consiste nel fatto che di regola l’ammissione di uno Stato come “osservatore” è una tappa verso l’acquisizione dello status di membro effettivo dell’Onu. Ciò si è verificato in più casi. La Svizzera, l’Austria, la Finlandia, l’Italia e il Giappone, sono stati appunto ammessi come “osservatori” prima di diventare membri effettivi dell’Organizzazione.
Inoltre, una volta riconosciuto come Stato (seppure “osservatore” all’Onu) dalla stragrande maggioranza dei membri dell’Onu, non sarà  più possibile per il Procuratore della Corte penale internazionale continuare a tergiversare, come ha fatto finora, in relazione alla richiesta di Ramallah di accedere allo Statuto della Corte penale. Il Procuratore dovrà  ammettere che la Palestina costituisce uno Stato, che quindi può diventare parte dello Statuto della Corte, con la conseguenza che la Corte stessa può giudicare crimini commessi in territorio palestinese dal 2002 in poi, da parte di forze armate israeliane, ma di conseguenza anche da parte dei palestinesi. Questa possibilità  è molto temuta da Israele, che non vuole assolutamente sottoporsi al giudizio della Corte penale dell’Aja.
Il riconoscimento della Palestina come Stato, anche se non ancora sovrano, potrà  avere un’incidenza sulla questione dei profughi palestinesi (quasi cinque milioni), attualmente sparsi in alcuni Paesi arabi (Giordania, Libano, Siria)? Direi di no. Attualmente a quei profughi non è impedito l’ingresso in Palestina, ma di fatto non c’è spazio per loro, visto che una buona parte della Cisgiordania è occupata da insediamenti (illegali) israeliani. Inoltre, molti profughi provengono da zone che sono ora sotto la sovranità  o almeno il controllo effettivo di Israele. Il fatto che l’Autorità  palestinese sia considerata uno Stato non aggrava la situazione, ma può costituire al contrario un incentivo per raggiungere una soluzione negoziata con Israele e gli Stati arabi. Questi ultimi ora ospitano i profughi in campi enormi, con gravissimi problemi sociali e l’aggravante che quegli Stati non intendono considerare i palestinesi come propri cittadini. Una soluzione concordata del problema degli insediamenti israeliani, con scambi di territori tra la Palestina e Israele, come auspicato da Obama, potrebbe contribuire alla graduale soluzione di questo gravissimo problema, che tutte le parti in causa hanno lasciato incancrenire dal 1948, ma che esige a tutti i costi una soluzione negoziata.
Mahmud Abbas, il presidente dell’Anp ha detto saggiamente che l’adozione della risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu non è fatta in odio ad Israele, ma per rimettere in moto il processo diplomatico che dovrà  portare ad una pace stabile, processo che attualmente è bloccato. Ma Abbas sarebbe saggio se chiedesse il riconoscimento come Stato solo per la Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), e non anche per a Striscia di Gaza, che è gestita da Hamas, un’organizzazione considerata terroristica dagli Usa e da Israele, e con cui lo stesso Abbas è ai ferri corti. Questa soluzione potrebbe evitare di inasprire Israele e gli americani, e porre le basi per il riavvio del processo di pace.


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