Il sultano Erdogan

ISTANBUL. «Perché la Turchia è oggi uno dei Paesi più importanti? Semplice: perché si trova al centro di tutto». Spiazzante e diretto. Può apparire arrogante la risposta data dal ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, l’altro giorno prima di partire per l’Assemblea delle Nazioni Unite, pronto ad affossare Israele e ad appoggiare il riconoscimento della Palestina. Eppure le parole dette dall'”architetto della nuova politica estera di Ankara”, “il Kissinger turco” come è chiamato, già  consigliere internazionale del premier Recep Tayyip Erdogan, rappresentano l’espressione muscolare di un Paese in palese stato d’euforia. Che si permette di prendere a schiaffi l’ex alleato Israele, si pone a modello dei Paesi arabi in preda alla crisi, calcola addirittura di sostituirsi all’America in Medio Oriente e che, proprio oggi, ha detto addio all’Europa.
Istanbul è ancora solare e calda a metà  settembre. Il traffico delle navi, sul Bosforo che solca la città  dei due continenti, è tranquillo e ordinato. Ma mai come ora Europa e Asia sembrano tanto distanti. Perché la Turchia, stanca di aspettare alle porte d’Europa, è arrivata a dire ieri per la prima volta, con il suo capo dello Stato, l’islamico moderato Abdullah Gul, studi a Londra, economista in Arabia Saudita: «Accetteremo di non essere un membro dell’Unione Europea se la gente di uno solo dei Paesi d’Europa non ci vorrà  e considererà  la Turchia come un peso».
«Una dichiarazione che è una bomba», ha rilanciato subito il giornale filogovernativo Sabah. Un’affermazione pronunciata da un esponente dello Stato, non a caso dall’istituzione più alta, solo in apparenza di resa.
Nei locali di Besiktas, poco lontano dal palazzo dove morì Ataturk, difatti nessuno è rimasto scioccato. C’è, anzi, un contenuto entusiasmo. Perché mentre Ankara abbandona il sogno europeo, accarezzato a lungo, mostra in realtà  di voler avere finalmente le mani libere, con la possibilità  di esplorare orizzonti diversi. La nuova Turchia chiude con l’Europa e si apre al mondo. Tra i pericoli e i timori di molti.
Il Vecchio continente assiste con moltiplicata diffidenza. Un Paese dalle istituzioni laiche, ma musulmano al 99 per cento, e che porta in dote un partito di ispirazione religiosa con addirittura il 50 per cento dei consensi, suscita preoccupazione in un club fondato anche sui valori della fede cristiana.
La Turchia ha dalla sua numeri che non mentono. Oltre l’11 per cento di Pil nel trimestre gennaio-marzo, superiore alla Cina. La seconda economia in crescita al mondo nel semestre corrente. Il terzo esercito più potente nella Nato, dopo Usa e Regno Unito. Uno fra i più alti tassi di presenza giovanile. Il sedicesimo Paese più ricco, «puntando presto a entrare nei primi dieci», ha confidato di recente Gul a Repubblica. «La Turchia oggi è dotata di una società  molto dinamica – commenta l’ex ministro dell’Economia, Kemal Dervish – perché tutti, tanto gli imprenditori quanto i semplici cittadini, sono grandi lavoratori. E abbiamo ottimi margini di miglioramento». Dervish fu l’economista capace di risollevare, nel 2001, il Paese da una crisi finanziaria che lo portò a un soffio dal collasso, con misure draconiane da molti considerate alla base della crescita odierna. «Non mi stupirei – continua – che questo diventi uno dei Paesi più prosperi nel 2023, quando la Repubblica celebrerà  i 100 anni. Il futuro per noi è promettente».
Una Turchia potenza regionale? Gli indicatori danno segni ambivalenti. I lusinghieri risultati economici rischiano di essere inficiati dallo spettro del deficit, visto che l’altro ieri lo stesso ministro delle Finanze, Mehmet Simsek, già  economista alla Merrill Lynch, ha ammesso «una mancanza piuttosto alta di denaro liquido», con il rischio di far fronte a «shock esterni».
Ma è soprattutto il protagonismo esibito in politica estera a rivelare il Paese come nuovo attore globale. La recente sfida con Cipro greca per le trivellazioni di petrolio al largo dell’isola abitata anche dalla comunità  turca, la cacciata dell’ambasciatore israeliano dopo il rifiuto di Gerusalemme di scusarsi per l’uccisione di nove cittadini sulla Mavi Marmara con aiuti verso Gaza, il trionfo con cui il premier di Ankara è stato accolto in Tunisia, Libia ed Egitto («Dateci Erdogan per un mese!», ha scritto un editorialista sul quotidiano Al Wafd), sono tutti segnali di una strategia mirata.
«Israele è il solo responsabile» della quasi rottura delle relazioni fra Ankara e Gerusalemme, tuona “l’architetto” Davutoglu. Gerusalemme, che non vuole abbassarsi a scuse che la indebolirebbero di fronte ai Paesi arabi e alla propria opinione pubblica, reagisce ancorandosi all’America. Ma il rischio è di isolarsi ancora di più in un Medio Oriente ora del tutto nemico, adesso che anche lo storico “asse di ferro” militare con Ankara è saltato. Incontenibile, Davutoglu prima di partire per l’assemblea Onu ha fatto una significativa tappa in Egitto, inaugurando con il Cairo quello che ha definito «un nuovo asse di potere»: «Un asse di vera democrazia – ha spiegato – fra le due maggiori nazioni nella regione, da nord a sud, dal Mar Nero alla Valle del Nilo in Sudan». E mentre l’Iran e gli Stati Uniti guardano con ansia alla repentina modifica degli equilibri in Medio Oriente, preoccupa molto l’Europa quell’«affinità  psicologica» evocata da Davutoglu fra Turchia e mondo arabo, dominato difatti per secoli dall’Impero ottomano di cui Costantinopoli fu il centro. Una prospettiva che spaventa, ma ormai difficilmente controllabile.
All’ombra delle moschee, gli uomini pii che si riconoscono nel partito conservatore, e di matrice religiosa, fondato dieci anni fa da Erdogan e Gul cavalcando l’onda delle riforme, sono stati capaci di sovvertire l’ordine controllato per decenni da laici e militari. E adesso, considerata inutile e persa la corsa all’Europa, hanno lanciato la sfida in tutta la regione circostante, spingendosi persino in Africa, dove la Turchia è considerata nella sua esuberanza imprenditoriale una piccola Cina.
La disoccupazione è calata. E gli immigrati, dalla Germania, hanno cominciato a rientrare. Nei campus turchi le borse di studio assegnate ai migliori studenti di tutto il mondo competono direttamente con quelle assegnate dagli atenei americani. «Qui abbiamo tutto – dice un giovane con la barba appena accennata all’Università  Bahceshehir – accademici fra i più preparati e la possibilità  di trovare lavoro».
Eppure, nonostante i cambiamenti, l’islamismo strisciante è percepibile. Per i divieti e le tasse altissime imposte a fumatori e consumatori di alcolici. Nelle redazioni dei giornali infarcite di giovani redattori dai nomi che rivelano l’innegabile origine confessionale. Su metà  delle donne con la testa fasciata da copricapi multicolori, magari truccate e con il tacco assassino, ma pur sempre velate. Nell’editoria in preda a timori e censure, con decine di giornalisti, scrittori, addirittura traduttori, minacciati oppure in carcere. Un Paese alle prese con una vera guerra al suo interno, come rivelano i fulmini appena scagliati «contro i terroristi» dai militari ultra laici – ma ormai addomesticati dal pugno dell’islamico Erdogan – pronti a lanciare attacchi aerei nel Nord Iraq sui santuari che proteggono i guerriglieri del Pkk.
Islam al governo significa una classe di cittadini anatolici, i cosiddetti “turchi neri” perché più scuri di pelle e soliti vestire di grigio, sostituire gradualmente nelle leve del potere i “turchi bianchi” espressione dei militari e dei laici socialdemocratici che si ispirano ad Ataturk, il padre della patria biondo e con gli occhi azzurri. «È ironico pensare – spiega Murat Yetkin, commentatore dell’Hurriyet Daily News, quotidiano appartenente al gruppo Dogan, finanziariamente massacrato lo scorso anno da una colossale causa vinta dal governo – che Erdogan, l’oppositore giurato del laicismo in Turchia, stia portando una nuova aria laicista nella pesante atmosfera della “primavera araba”».
L’Europa si trova così a fare i conti con un protagonista ingombrante, cresciuto sotto i suoi occhi, avendolo scientemente tenuto a distanza. Anche se c’è chi teme che il Vecchio continente rischi di affondare in un asfittico conservatorismo. Con un’Europa priva della capacità  di incidere oltre le proprie frontiere. Quelle stesse agguantate con rapacità  dalla nuova Turchia “ottomana”: Medio Oriente, Nord Africa, Asia centrale, Caucaso, Paesi arabi, Balcani. Una Turchia, come pretende Davutoglu, al centro di tutto. Ma rifiutare Ankara potrebbe anche voler dire ritrovarla un domani come diretta concorrente. «Forse un giorno saranno i turchi – ha concesso Gul – a non voler entrare. Per ora il nostro dovere è quello di onorare la decisione presa». Europa avvertita, insomma, mezza salvata. Anche se, per tanti ormai, la Turchia è un’occasione già  finita.


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