Il sorpasso indiano

L’elefante ha deciso di acchiappare il dragone; ma il dragone lo sa? Mentre l’Occidente sprofonda nella sua interminabile crisi, di tutt’altro si occupano le potenze emergenti, quella che hanno beneficiato della “redistribuzione della speranza”. Per loro è già  chiaro che il centro della storia si è spostato, i rapporti di forza sono cambiati definitivamente, le gerarchie sono irriconoscibili rispetto a pochi anni fa. Le nuove sfide per la leadership si svolgono dentro club che non hanno più nulla a che vedere con il G7, una confraternita di vecchi nobili decaduti e in bancarotta. Il sorpasso dell’India sulla Cina è diventato quasi un’ossessione a New Delhi, anche se non altrettanto condivisa a Pechino. In un solo mese il Times of India ha pubblicato 57 reportage sulla Cina; mentre il Quotidiano del Popolo dall’inizio dell’anno ha pubblicato solo 24 articoli sull’India (e confinati nella sua edizione inglese). A Mumbai in un recente convegno dedicato al ventennale delle riforme che avviarono la liberalizzazione dell’economia indiana, il ministro Palaniappan Chidambaran lo ha detto a chiare lettere: “Ormai tra noi si parla apertamente del sorpasso sulla Cina. È alla nostra portata”. Il quotidiano Indian Express ospita una column regolare del celebre economista Minxin Pei (nato in Cina e docente negli Usa) il quale conferma: «Gli indiani non pensano ad altro che superare il rivale asiatico; i cinesi invece li snobbano».
A dare credibilità  allo scenario del sorpasso ci sono molti esperti occidentali: negli studi previsionali delle banche d’affari di Wall Street il tema è ricorrente, anche se sulla data del sorpasso le proiezioni variano molto; The Economist ha già  dedicato due copertine in un anno e mezzo alla rincorsa dell’elefante. L’argomento più forte dei filo-indiani: New Delhi incasserà  negli anni a venire un “dividendo demografico”, con una crescita della popolazione che garantisce una forza lavoro giovane, anglofona e qualificata; proprio mentre la Cina sconterà  gli effetti della politica del figlio unico con un veloce invecchiamento della popolazione, che costringerà  a dirottare risorse verso la costruzione di un Welfare State. I filo-cinesi obiettano: l’India ha accumulato una disastrosa inferiorità  nelle infrastrutture, dalle strade agli aeroporti, dai porti alla rete elettrica, ha almeno vent’anni di ritardo e se non li recupera questo resta un handicap permanente. Nella sfida tra i due, il “dividendo democratico” non gioca chiaramente in favore dell’India, almeno nel breve termine. Lo ammette il più grande economista indiano vivente, il premio Nobel Amartya Sen, che invita “a smetterla con l’ossessione dei raffronti sulla crescita economica tra India e Cina, per paragonare invece questi due paesi su altri fronti: istruzione, salute, longevità “. Pur essendo un democratico convinto, Sen usando le statistiche imparziali della Banca mondiale e delle Nazioni Unite ci ricorda che “alla nascita un cinese ha un’aspettativa di vita media di 73 anni e mezzo, un indiano di 64 anni; la mortalità  infantile è 66 per mille in India e solo 19 per mille in Cina; la mortalità  delle madri al parto è 230 ogni centomila nascite in India contro 38 in Cina”. I bambini indiani in media vanno a scuola per soli quattro anni e mezzo, quelli cinesi per sette anni e mezzo. Il 74% della popolazione indiana sa leggere e scrivere, ma in Cina la percentuale raggiunge il 94%. Resta da vedere se il “dividendo democratico” saprà  giocare in favore dell’India nella lotta contro la corruzione, dove la novità  è rappresentata dal “nuovo Gandhi”, Anna Hazare, che ha saputo ispirare un potente movimento della società  civile contro il degrado etico della classe politica. Un fenomeno simile per ora è difficile immaginarselo in Cina, dove Anna Hazare sarebbe dietro le sbarre.
Se la gara fra i due big di “Cindia” è la più appariscente, dietro di loro altri si agitano per conquistarsi un posto al sole, nelle nuove geografie del mondo che conta: cioè il non-Occidente. Il più grande progetto d’investimenti infrastrutturali di tutta l’America latina è il cosiddetto “secondo canale di Panama”: un piano titanico per costruire una bretella terrestre che combini ferrovie e autostrade, collegherà  la costa pacifica a quella atlantica della Colombia e costituirà  la scorciatoia per il trasporto merci tra Cina e Brasile. Cioè l’ultima e la prima lettera della sigla Bric: l’acronimo che unisce Brasile Russia India Cina. Il club più esclusivo del pianeta, quello a cui tutti vorrebbero appartenere. Una sigla di cui ricorre il decennale. La paternità  spetta a Jim O’Neill, chief economist di Goldman Sachs nel 2001, anno in cui lui decise di studiare assieme le economie delle quattro maggiori potenze emergenti, che coprono il 25% della superficie del pianeta e vi ospitano oltre il 40% della popolazione mondiale. Dieci anni fa O’Neill formulò una previsione che all’epoca sembrava azzardata, addirittura fanta-economica, mentre oggi appare forse perfino troppo prudente, e in ogni caso appartiene al senso comune dopo essere stata ripresa in tanti altri studi, rapporti governativi, inchieste e analisi dei media. La previsione del 2001 è che i Bric aggregati fra loro supereranno la somma dei Pil del G7 entro la metà  di questo secolo, 2050. Altre previsioni di O’Neill, proiettate su orizzonti più brevi, si sono già  avverate. Il numero di abitanti dei Bric il cui reddito pro capite supera i 3.000 dollari annui ha superato gli 800 milioni. Sono quelli che si possono definire “ceto medio dei paesi emergenti”, in base al potere d’acquisto in prezzi locali. Presto, ancor prima di quanto O’Neill lo immaginasse nel 2001, questo ceto medio sorpasserà  la soglia del miliardo di persone. Inoltre, entro tre anni ci saranno nei Bric più di 200 milioni di persone con un reddito pro capite oltre 15.000 dollari annui: “ricchi” in prezzi locali, ma anche per la loro capacità  di accesso a beni di lusso internazionali come la moda made in Italy o le vacanze all’estero. Se la “profezia O’Neill” oggi ci appare perfino eccessivamente cauta, è perché tra il 2001 e oggi è avvenuta una vera e propria rottura storica, lo shock della recessione ha accelerato i tempi della storia: da una parte la brutale frenata del G7 (Occidente + Giappone), dall’altra la formidabile tenuta della crescita nei Bric. La fotografia attuale delle rispettive velocità  di crescita vede in testa la Cina col 10% di aumento del Pil, seguita dall’India all’8%, il Brasile col 5% e la Russia col 4%. A fine 2011 il Fmi prevede che l’insieme dei Bric avrà  avuto una crescita media del 6,5% contro il 2,5% per il G7. Uno scarto di quattro punti, grazie all’effetto dell’interesse composto, dà  divaricazioni molto consistenti nel medio-lungo periodo. La Cina ha già  superato il Giappone per il suo Pil e la data del sorpasso cinese sugli Usa (parliamo di Pil misurato a parità  di potere d’acquisto, PPP Banca Mondiale) è anticipata fra soli 5 anni. L’India potrebbe superare gli Stati Uniti nel 2043. Il sorpasso Bric-G7 è anticipato ora al 2032 cioè 18 anni prima di quanto lo prevedesse O’Neill nel 2001.
Altri indicatori interessanti. La capitalizzazione delle Borse cinesi (Hong Kong + Shanghai) avrà  sorpassato nel 2030 quella della Borsa americana. In quell’anno i 4 Bric avranno insieme il 40% della capitalizzazione borsistica mondiale. Un segnale più aneddotico che strutturale, ma comunque emblematico: già  quest’anno i Bric hanno superato il numero di miliardari di tutta l’Unione europea: 301. E all’ultima edizione del World Economic Forum di Davos, un appuntamento annuo dove si discutono proprio queste tendenze, più di un terzo degli imprenditori e banchieri presenti (365 su 1.000) provenivano dai Bric.
Nella storia dei Bric fin dall’inizio è singolare l’attrazione esercitata da questo acronimo, poi la sua metamorfosi da “strumento di lavoro” a realtà  geopolitica.
O’ Neill fu il primo a meravigliarsi quando divenne il bersaglio di vere e proprie operazioni di lobbying da parte di governi dei paesi emergenti, tutti desiderosi di essere “aggiunti” ai Bric. Tra i candidati all’ingresso di questo club – per molti anni puramente virtuale – si segnalano Turchia, Nigeria, Indonesia, Sudafrica. L’attrazione si può capire: venendo dalla Goldman Sachs la sigla Bric si prestava ad orientare i comportamenti degli investitori, segnalando le potenze emergenti da inserire nei propri portafogli di attivi finanziari. Essere in quel club poteva quindi dare una marcia in più ai paesi in oggetto, mettendoli in maggiore evidenza sugli schermi radar delle multinazionali o dei fondi specializzati sui mercati emergenti. Altre banche hanno cercato di lanciare sigle alternative ai Bric. Quella che ha avuto maggiore successo, perché è diventata una specie di serie B dove si collocano nazioni aspiranti alla promozione fra i Bric, è l’elenco dei Civets: Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto (pre-rivoluzione…), Turchia, Sudafrica. Ma la novità  più clamorosa è datata 16 giugno 2009. Quel giorno ufficialmente la sigla Bric esce dal mondo virtuale degli scenari previsionali, e diventa un’entità  politica. 16 giugno 2009, è la data in cui si tiene a Yekaterinburg, in Russia, un vertice convocato da Vladimir Putin per riunire proprio i leader di Cina India e Brasile. Incredibilmente, Putin sceglie il quartetto inventato da un economista della Goldman Sachs per farne una sorta di anti-G7. Da Yekaterinburg, il club dei Bric ha cominciato a tenere dei vertici annui, proprio come il G8. Nel 2010 si è tenuto a Brasilia, quest’anno sull’isole cinese di Hainan. Nel frattempo i Bric sono divenuti Brics: il 24 dicembre 2010 su pressione di Putin il club si è allargato al Sudafrica: alla fine la logica politica (l’importanza di avere uno Stato africano) ha prevalso sulla logica dei numeri di O’Neill. Se la rivalità  elefante-dragone domina il palcoscenico, dietro di loro sono in tanti ad agitarsi e anche un ruolo di comprimario è favoloso, quando sei certo di appartenere alla nuova serie A.


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