Chi si rivede, Putin candidato

 Se ci fossero stati ancora dei dubbi – e negli ultimi tempi ne erano rimasti abbastanza pochi – ieri sono stati definitivamente messi da parte: Vladimir Putin si candiderà  alle elezioni del marzo prossimo per tornare, quattro anni dopo averla lasciata, alla presidenza della Russia. «Si candiderà » è un eufemismo: Putin sarà  sicuramente eletto e reggerà  il paese per i prossimi sei anni, con la quasi certezza di raddoppiare poi il mandato – come consente la costituzione – e quindi di restare al Cremlino fino al 2024. Dodici anni al vertice, cui si aggiungono gli otto già  passati in quella posizione fra il 2000 e il 2008, per un totale (senza neanche contare i quattro anni ora passati in veste di premier) che lo pone tra i leader russi dal potere più duraturo della storia: solo qualche zar e più di recente Josif Dzugashvili detto Stalin sono rimasti al Cremlino più a lungo. Breznev, al confronto, è stato un leader di passaggio, con i suoi 17 anni al vertice.

Nel più classico stile sovietico è toccato al presidente in carica Dmitrij Medvedev, che avrebbe potuto essere a sua volta «il» candidato ed esercitare un secondo mandato fino al 2018, annunciare pubblicamente la propria rinuncia e appoggiare invece la candidatura di Putin, mettendo così fine a mesi e mesi di suspence e incertezza su chi sarebbe stato, del «tandem», il prossimo guidatore. I ruoli coperti negli ultimi quattro anni si invertiranno: con Putin di nuovo presidente, Medvedev andrà  a svolgere, come lui stesso ha annunciato, «ruoli di governo»; presumibilmente farà  a sua volta il premier, almeno in un primo periodo, anche per non far apparire il cambiamento come una pura e semplice prepotenza di Putin.
La candidatura di Vladimir Vladimirovic è avvenuta ieri mattina nel corso del Congresso annuale del partito Russia Unita, come si prevedeva, e ha ricevuto una standing ovation dei «russiuniti»: il grosso della nomenklatura del partito aveva già  da tempo dato mostra di desiderare questo esito, preferendolo di gran lunga a un raddoppio del mandato di Medvedev, un uomo che non ha mai dato a Russia Unita le garanzie di sicurezza e di tenuta fornite invece da Putin, e che per questo non è mai stato troppo amato dallo stuolo di funzionari, deputati, governatori e capi-di-qualcosa che si condensa dentro Russia Unita. Sempre in puro stile sovietico, sarà  adesso proprio Medvedev a guidare il partito, già  nelle ormai imminenti elezioni parlamentari di dicembre, in cui il presidente farà  da capolista. A sentire Putin, che nel Congresso ieri ha preso a sua volta la parola, il compito di Medvedev nei prossimi anni sarà  quello di dare attuazione pratica, con misure di governo, al vasto programma di modernizzazione e liberalizzazione da lui propugnato durante i quattro anni della sua presidenza – e finora rimasto in buona parte sulla carta anche per le resistenze opposte dai ministri e dall’apparato.
Che Putin fosse l’elemento dominante nel «tandem» con Medvedev, nonostante la carica formalmente minore, era sempre stato chiaro; ma dire che l’esito odierno fosse scritto fin dall’inizio sarebbe probabilmente sbagliato. Fino a quest’estate la possibilità  che Medvedev restasse al Cremlino per un secondo mandato era concreta: pur senza una rottura o una concorrenza aperta tra i due, nei mesi a cavallo tra 2010 e 2011 era apparsa una vera e propria possibilità  di alternativa tra le linee politiche che il presidente e il premier incarnavano. A far pendere la bilancia decisamente dalla parte di Putin è stata da un lato l’evidente preferenza in questo senso del partito, in grave difficoltà  e perdita di consensi e quindi bisognoso di avere le spalle coperte da un presidente più forte e autoritario e sicuramente più popolare; dall’altro il riaffacciarsi della crisi economica globale anche in Russia, che rende meno attraenti e meno praticabili le prospettive di liberalizzazione legate al nome di Medvedev.
Non a caso nel suo discorso di ieri al Congresso del partito, Putin ha lasciato intendere che sotto la sua presidenza ci sarà  un certo riorientamento della politica fiscale nel senso di introdurre criteri di progressività  (oggi in Russia le tasse sono fissate a un’aliquota del 13 per cento «flat» su qualunque reddito) e far pagare di più i ricchi attraverso una tassazione dei beni di lusso, dei patrimoni immobiliari, ecc.; anche le aziende che campano sull’estrazione e la commercializzazione delle risorse naturali – petrolio, gas e minerali – a sentir Putin dovrebbero pagare aliquote fiscali più alte rispetto alle aziende che producono tecnologia e innovazione. Tutti concetti abbastanza lontani dalla «linea Medvedev», che prevedeva invece di lasciare molto bassa la pressione fiscale sulle aziende. Comunque, ha concluso il supercandidato, l’economia dovrà  marciare a ritmi più veloci e il motore migliore per questo rilancio saranno… le spese militari.


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