Cgil: 187 crisi aperte e il governo latita

 Un governo incapace di avere una politica industriale, imprese che soffrono sempre di più la crisi e per un effetto domino più di 225 mila lavoratori privati rischiano di rimanere a casa. Questa l’attuale situazione italiana secondo uno studio della Cgil.

«Il governo si ostina a non voler affrontare e risolvere i problemi legati alla crescita, all’occupazione, alla produttività  e a non trovare soluzioni per le decine di crisi industriali ancora aperte». Queste le parole di Vincenzo Scudiere, segretario confederale Cgil, che a pochi giorni dallo sciopero di martedì 6 ha evidenziato come la manovra sia priva di misure utili per infrastrutture e ricerca. Un provvedimento, quello proposto dal governo, che secondo il sindacato andrebbe ad alimentare disoccupazione e precarietà . Sono infatti 187 le procedure di crisi aperte presso il Ministero dello Sviluppo.
Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Cig Cgil attualmente sono 500 mila i lavoratori in cassa integrazione e 380 mila in straordinaria e in deroga. La crisi ha continua a colpire i macro settori produttivi, numerose sono le vertenze legate ai settori della chimica, della farmaceutica, dei trasporti. È il caso della multinazionale Lyondell Basell di Terni che ha 150 operai in cassa integrazione che rischiano il licenziamento, per non contare tutto l’indotto. Per non parlare della Fiat che a Termini Imerese sta contando i giorni che mancano per la chiusura delle linee e lasciare a casa 2.300 lavoratori, o la Phonemedia con i suoi 5.200 lavoratori in difficoltà  anche nel ricevere la cassa integrazione. L’elenco è lungo a queste si possono aggiungere Fincantieri, la ThyssenKrupp, la Merloni e da ultimo, i fatti sono recenti, l’Irisbus (gruppo Fiat) che ha deciso di chiudere lo stabilimento di Grottaminarda, in provincia di Avellino, con tanti auguri per i 700 dipendenti. Con lo sciopero, la Cgil vuole proporre una manovra diversa, «alternativa», che istituisca un Fondo per la crescita e l’innovazione, sostenga politiche di green economy e soprattutto ridurre il prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione. Facendo pagare (finalmente) chi ha di più.


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