Bankitalia: “L’aumento Bpm si deve fare”

MILANO – Da Banca d’Italia arriva un secco no all’ipotesi di rinvio dell’aumento di capitale Bpm. L’incontro tra i vertici della banca milanese, Massimo Ponzellini ed Enzo Chiesa, e il vicedirettore generale di Palazzo Koch Anna Maria Tarantola, non è andato nella direzione sperata. I funzionari della Vigilanza sono stufi della continua tattica dilatoria utilizzata dal management della Bpm riguardo tutte le richieste formulate in seguito alle ispezioni della Banca d’Italia. Sulla governance (ieri il vicepresidente Graziano Tarantini ha proposto un passaggio al sistema dualistico), sulla distribuzione dei dividendi, infine sull’aumento di capitale. E ha imposto a Ponzellini e Chiesa di andare dritto verso la ricapitalizzazione: l’unico spiraglio aperto è sull’ammontare dell’operazione che potrebbe scendere a 900 milioni o un miliardo, per renderla un po’ meno diluitiva per gli attuali soci.
A questo punto l’aumento potrebbe essere discusso nelle riunioni del consiglio e del comitato esecutivo già  convocate per il 13 settembre, sempre che per quella data arrivi il via libera della Consob al prospetto informativo. Ma c’è chi giura che prima di allora possa arrivare uno stop dal consorzio di garanzia guidato da Mediobanca e che, viste le condizioni dei mercati, sconsiglia di portare avanti l’operazione. Con il prezzo del titolo Bpm caduto fino a 1,3 euro, una ricapitalizzazione con forte sconto rischia di polverizzare l’azionariato esistente e di restare in gran parte accollata al consorzio di garanzia. Nel quale vi sono banche estere che non hanno alcuna voglia di destinare capitale proprio a una banca italiana che non ha neanche un piano industriale approvato e finita sotto il tiro di Bankitalia. Dunque da qui a martedì non si escludono colpi di scena.
Gli operatori del mercato si interrogano inoltre su quale possa essere l’esito della riunione tra i grandi soci di Unicredit in programma domani a Milano. Le parole dell’ad Federico Ghizzoni, che non ha escluso un aumento entro fine anno, hanno fatto pensare a un colpo d’acceleratore in questo senso. E il rigore di Bankitalia sul caso Bpm è stato anche interpretato come un voler tenere la barra dritta se a breve arrivasse anche l’aumento di Unicredit, nelle attese molto più consistente (si parla di 5-6 miliardi). Se Piazza Cordusio procedesse spedita verso l’operazione, sarà  un test anche per il rinnovo del cda previsto per il prossimo aprile. Il nocciolo degli azionisti italiani oggi al 13-14% potrebbe ridursi causa mancanza di risorse finanziarie. A parte la Fondazione Crt e la Cariverona (che però ha in carico i titoli Unicredit a 4,7 euro), Carimonte potrebbe seguire solo in parte l’aumento mentre le Fondazioni minori da Cassamarca in giù resterebbero al palo. Così come sarà  difficile spillare soldi ai soci libici, visto ciò che sta succedendo in quel paese. Quindi le risorse andranno cercate sui mercati internazionali anche se, come noto, il momento non è certo favorevole. Le banche d’affari non sono ancora state sondate, ma è chiaro che un’operazione del genere dovrebbe essere sostenuta da un consorzio molto ampio e per di più internazionale. Tutto prima che arrivi il temuto downgrading da parte delle agenzie di rating.


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