America, ora pensaci tu

 GERUSALEMME. «Purtroppo Israele non ha modo di impedire ai palestinesi di chiedere l’adesione all’Onu», spiegava ieri alla radio statale Yossi Peled, ministro del governo di Benyamin Netanyahu. E ben poco potrà  fare il suo collega alla difesa, Ehud Barak, partito ieri sera per Washington. Israele si rivolge in queste ore con rinnovata insistenza al potente alleato americano per impedire l’adesione della Palestina all’Onu e spera in una dichiarazione anti-palestinese del Quartetto per il Medio Oriente che si riunisce oggi. Barack Obama ha già  assicurato il veto Usa al Consiglio di Sicurezza e martedì a New York incontrerà  Netanyahu, ma anche lui sa bene che in sede di Assemblea Generale dell’Onu non avrà  il potere di impedire l’adesione della Palestina almeno come «Stato non membro».

Così, chiusa la strada diplomatica, è sul terreno che rischiano di pagare il conto i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, rei di aver portato all’attenzione della comunità  internazionale il loro diritto alla libertà  e all’indipendenza dopo 44 anni di occupazione militare di cui gli ultimi 18 trascorsi a produrre aria fritta al tavolo delle trattative. Centinaia di automobili ieri hanno atteso per ore di poter passare i posti di blocco di Betlemme e Qalandiya, rispettivamente a sud a nord di Gerusalemme. Centinaia di taxi, hanno riferito gli sfortunati autisti, sono stati costretti ad attendere per ore prima di poter attraversare i checkpoint, unici accessi per Gerusalemme e Israele. Qualche ora dopo centinaia di donne palestinesi e israeliane hanno manifestato sui due versanti di Qalandiya, scandendo «Israele fuori, Palestina indipendente».
La versione ufficiale della chiusura dei checkpoint non c’è ma a molti è apparsa un “test” delle misure che le autorità  militari potrebbero adottare in vista del 23 settembre. Tre battaglioni di riservisti messi in allerta, anche se un po’ tutti sanno che i palestinesi programmano solo celebrazioni pacifiche in Cisgiordania. A Gaza per ora non sono previste manifestazioni ufficiali. Il governo di Hamas che controlla la Striscia non appoggia né boicotta l’iniziativa di Abu Mazen. Ma il presidente palestinese, nel suo discorso di venerdì alla nazione, ha segnato un autogol sottolineando che l’Olp è l’unico rappresentante del popolo palestinese, schiaffeggiando Hamas che nel 2006 ha vinto le elezioni e secondo alcuni sarebbe ancora il partito di maggioranza relativa nei Territori occupati. Il governo di Gaza ha reagito facendo sapere che non potrà  sostenere il passo all’Onu perché implica il riconoscimento de facto di Israele e perché il discorso di Abu Mazen ha «lasciato alcune questioni indefinite». A cominciare dal diritto di ritorno dei profughi.
Ma a darsi da fare per far naufragare le aspirazioni palestinesi sono soprattutto i coloni israeliani, sostenuti da buona parte della Knesset. Di recente dotati dall’esercito di gas lacrimogeni e granate assordanti da usare contro i manifestanti palestinesi, i «settler» nelle ultime settimane si sono lanciati in provocazioni volte evidentemente ad innescare violente reazioni palestinesi che avrebbero effetti negativi sull’iniziativa al Palazzo di Vetro. Lo scorso 5 settembre alcuni coloni hanno tentato di dar fuoco a una moschea del villaggio palestinese di Kusra (dove venerdì scorso hanno ferito un abitante) e lasciato sull’edificio scritte antislamiche come rappresaglia per l’abbattimento da parte dell’esercito e della polizia israeliana di alcune case nell’insediamento di Migron (da questo insediamento era partita il 20 agosto una punizione punitiva con le spranghe contro un pastore palestinese). Tre giorni dopo a Yatma (Nablus) una seconda moschea è stata vandalizzata e imbrattata con scritte in ebraico che facevano riferimento a Migron; sono state incendiate due auto a Qabalan e sradicati uliveti a Huwara. Attacchi sotto il nome di «Prezzo da pagare», che consiste nel prendere di mira i palestinesi ogni qual volta le colonie finiscono sotto pressione.
Ma dubbi esistono anche sul comportamento che avranno nei prossimi giorni i sempre più numerosi soldati e ufficiali israeliani che il generale Avi Zamir ha definito qualche tempo fa «religiosi estremisti». Secondo statistiche ufficiali citate dall’agenzia Upi, il 30% degli ufficiali israeliani fanno parte di gruppi religiosi radicali e non poche unità  di élite sono formate da giovani residenti delle colonie nei Territori occupati. «I figli degli insediamenti», che stanno sostituendo la cosiddetta «generazione dei kibbutz», come agiranno nei prossimi giorni e nelle prossime settimane?

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CRONOLOGIA
Una storia di occupazione Fino all’annuncio dell’Anp

 29 novembre 1947: L’Onu vota la spartizione della Palestina (risoluzione 181) e la creazione di due Stati, Israele e Palestina, con Gerusalemme città  internazionale. Alla fine della guerra del 1948, Israele controlla il 78% del territorio totale (aveva diritto al 52%).

28 maggio 1964: Nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).
15 settembre 1982: Strage di migliaia di palestinesi a Sabra e Shatila dopo che l’Olp era stata costretta a lasciare Beirut per l’invasione israeliana del Libano.
13 settembre 1993: Israele e Olp si riconoscono reciprocamente e sottoscrivono a una Dichiarazione di principi per un’autonomia transitoria palestinese di cinque anni.
25 agosto 2009: Il premier palestinese Salam Fayyad presenta un piano biennale per gettare le basi di uno Stato indipendente.
26 giugno 2011: il presidente Abu Mazen annuncia di voler chiedere a settembre alle Nazioni Unite lo status di membro a pieno titolo per la Palestina.


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