“Povertà  e razzismo, ora diciamo basta”

LONDRA – Su un tavolino dietro le vetrine crepate di un Pizza Express all’angolo tra Lavander Hill e Falcon Lane, accanto a un calice rotto c’è ancora una pizza lasciata a metà . È l’unica traccia dell’ordinaria routine di un tranquillo lunedì sera arrestata di colpo da un’orda di ragazzi che, dopo la terza notte consecutiva di violenze, dietro di sé hanno lasciato una scia di vetri infranti, negozi saccheggiati, auto carbonizzate ed edifici in fiamme. L’intero quartiere, e Clapham non è il solo, è sotto shock. E non tanto per i danni – «quelli in fondo si possono riparare» – ma per l’apparente assenza di motivazioni e il senso di insicurezza e abbandono. «Sono passate quattro ore, dico quattro ore, prima che la polizia intervenisse. E il commissariato si trova solo un isolato più in là », dice Brehon Malervy-flood. «Abito qui da quando sono nato. Ho visto aprire molti di questi negozi: il ferramenta a sinistra, la cartoleria e la libreria poco più in giù, il Kfc dall’altro lato della strada». Indica oltre il cordone della polizia le vetrine e le insegne fracassate, prima di chiedersi: «E ora?». Ma la domanda che corre tra residenti, commercianti e passanti è soprattutto un’altra: «Perché?».
I capannelli di astanti si trasformano in vere e proprie arene di dibattito. «Quel che è successo è sbagliato, ma è l’unico modo che abbiamo di attirare l’attenzione, di far sentire la nostra rabbia», dice con foga un ragazzo di colore, le braccia tatuate. «No, non venitemi a parlare di rabbia. Ieri ho visto ragazzi saccheggiare per divertimento. Li ho sentiti ridere», ribatte un giovane biondo, occhi chiari. Ma il confronto si fa animato e la gente li divide. A frapporsi c’è pure Marc Wadsworth, direttore di the latest.com, il primo sito dedicato al “citizen journalism”. Mani in tasca, voce sempre più grossa, tiene una sorta di comizio: «La città  sta prendendo fuoco. Questa non è una democrazia, ve lo dico io. Povertà , disoccupazione, razzismo, uomini uccisi dalla polizia. La gente sta dicendo “Basta”». Gli altri ascoltano in silenzio, chi annuendo, chi scuotendo la testa. Un uomo in tuta non ci sta: «È questo il modo? Danneggiare le proprietà ? Mettere a rischio centinaia di posti di lavoro? Lasciare la gente senza tetto?».
Anche Alex Wheatle si pone le stesse domande. Lo chiamano il “bardo di Brixton” perché, dopo aver preso parte alla rivolta del quartiere meridionale nell’aprile dell’81, l’ha raccontata in poesie e romanzi come Vita e morte a Est di Acre Lane. «Allora era diverso – racconta -. Avevamo più motivazioni politiche. Eravamo sotto assedio della polizia. Io avevo 18 anni e venivo fermato e perquisito tre o quattro volte al giorno. Era ingiusto, inaccettabile. A Tottenham la protesta era legittima. La gente chiedeva a ragione risposte alla polizia sulla morte di Duggan, ma ieri sera, qui sotto casa mia, ho visto solo vandali approfittare della tensione di questi giorni per rimediare qualcosa e per divertirsi». Mentre ci porta a casa sua, saluta Katie Elston, appena arrivata qui armata di scopa dal Battersea Arts Centre con altre decine di volontari che hanno aderito alla campagna “Riot Clean Up” lanciata sulla rete.
Dal balcone di casa sua, Wheatle ci mostra sconcertato la facciata annerita di un negozio di Lavander Hill. «L’unica similarità  tra adesso e l’81 è il contesto socio-economico: la crisi, i severi tagli alla spesa pubblica, la chiusura dei centri giovanili, l’aumento delle tasse universitarie, la mancanza di opportunità . E poi la rabbia per il divario tra i ricchi, sempre più facoltosi, e i poveri, sempre più dimenticati. Ma anche tenuto conto di questo, non ci sono scuse per quel che è successo ieri. I ragazzi rubavano per gioco».
Omelia Giarratano, da 16 anni parrucchiera a Clapham, li ha visti arrivare alla spicciolata, incappucciati nelle loro felpe o mascherati, poco dopo le otto quando gli ultimi due clienti erano appena andati via. «Mio marito ha pensato che se fossimo rimasti dentro al negozio, sarebbero passati oltre. E invece ci hanno lanciato contro un mattone per crearsi un varco tra la vetrata. Siamo scappati in fretta e furia dal retro, mentre loro già  razziavano tutto, persino le forbici e gli asciugacapelli. Stamattina quando sono tornata ho trovato l’aria cordonata. È da ore che chiedo risposte alla polizia: devo aspettare che eseguano i rilievi forensici prima di riparare i vetri? chi si farà  carico dei danni? e soprattutto, dov’erano ieri notte?».


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