Penati: rinuncerò alla prescrizione Caso Serravalle, “operazione illecita”

MILANO – «Ristabilire la mia onorabilità  significa per me uscire da questa vicenda senza ombre e senza macchie. Se, al termine delle indagini in corso, tutto non verrà  chiarito, non sarò certo io a nascondermi dietro la prescrizione». Nel giorno in cui si scopre l’esistenza di un nuovo indagato a Sesto San Giovanni, un manager di Banca Intesa, arrivano le parole di Filippo Penati, l’ex presidente della Provincia di Milano, ex uomo di vertice del Pd ora autosospeso, indagato per corruzione nell’inchiesta sulle tangenti.
Una lunga lettera, quella che Penati ha inviato ai vertici provinciali del suo (ex) partito, per dirsi innocente da ogni accusa, ricostruire la sua carriera e, alla fine, per tacitare i tanti che gli chiedevano la rinuncia a qualsiasi scudo procedurale. Lo fa, Penati – che però mantiene il seggio in consiglio regionale – aggiungendo un messaggio chiaro a avversari e (ex) compagni: «Chiedo alla politica di essere garante anche nei miei confronti del diritto di ogni cittadino a poter svolgere una difesa efficace e a non subire pressioni politiche o non politiche di alcun genere», scrive Penati, che così anticipa le decisioni che la commissione di garanzia del Pd dovrà  prendere e lasciando svaporare, probabilmente, la parola che aleggia da giorni, espulsione. «Non ho mai avuto conti all’estero o tesori nascosti, non ho preso denaro da imprenditori e non sono mai stato il tramite di finanziamenti illegali ai partiti»: respinge tutte le ipotesi di reato che stanno piovendo sulla sua testa dalla procura di Monza, Penati, e attacca i suoi accusatori. «Non esiste e non è mai esistito alcuno “sistema Sesto”». La vicenda processuale va avanti, e che Penati ne sia fuori è certo ancora tutto da vedere, prescrizione a parte. «È necessario attendere l’esito e la conclusione delle indagini per assumere decisioni conseguenti. Intendo ristabilire il mio onore non certo evitando il processo ma rispettando le regole all’interno del contesto processuale, la giustizia arriverà  a ristabilire la verità ».
Questa promessa ha valso a Penati parole del segretario Pier Luigi Bersani, di cui era braccio destro fino a novembre. «Filippo Penati ha fatto tutti i passi indietro che poteva fare: è una vicenda certamente dolorosa, però spero che qualcuno si chieda: ma Berlusconi, Verdini, Scajola, Milanese, come si stanno comportando? Noi abbiamo un altro modo: presunzione di innocenza sì, ma passi indietro», commenta da Modena. Allarga il discorso l’ex segretario Walter Veltroni: per lui quella di Penati è una «vicenda gravissima, colpisce uno degli elementi fondativi del Pd, nato per combattere corruzione e illegalità ». A destra si spara sulle responsabilità  del partito, con il capogruppo Pdl al Senato Gasparri che insiste: «Il “metodo Sesto” è una tragica realtà  e i capi del Pci-Pds-Ds-Pd lo sanno benissimo».
Quel che è certo è che la vicenda, dal punto di vista dell’inchiesta, non è chiusa: nuovo iscritto nel registro degli indagati dai pm monzesi Mapelli e Macchia è Maurizio Pagani, manager del gruppo Intesa San Paolo. L’ipotesi è di concorso in corruzione e riguarda l’acquisto nel 2005 delle quote dell’autostrada Serravalle da parte della Provincia di Milano guidata da Penati: l’imprenditore Marcellino Gavio guadagnò 179 milioni. Per i pm «ci sono gravi indizi sulla base di dichiarazioni de relato sull’illiceità  di un’operazione finanziaria per l’acquisto a prezzo fuori mercato di azioni comprensivo di un ritorno economico per i partecipanti all’operazione».


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