Nei numeri c’è un’«eurorecessione» E i mercati non sono ancora al fondo

Oggi potrebbe allargare la sua domanda: nel terremoto che fa temere un’altra recessione in Occidente, non è più chiaro neanche quale sia il numero da chiamare a Washington per evitare nuovi guai. La Casa Bianca e i leader del Congresso si bloccano a vicenda e gli aspiranti presidenti repubblicani dichiarano già  una guerra preventiva alla Federal Reserve, nel caso la Banca centrale ricorresse a nuove armi non convenzionali per difendere l’economia.
Intanto l’Europa resta come sempre a corto di telefoni rossi: persino quello della Banca centrale europea a un certo punto potrebbe non bastare più, qualora nel consiglio di Francoforte la Bundesbank tedesca si mantenga cronicamente in minoranza e all’opposizione sul sostegno a Paesi vitali per l’euro come Italia e Spagna.
Forse, semplicemente, l’Italia è davvero un laboratorio e il mondo avanzato ne ha contratto il virus. Gli economisti americani Carmen Reinhart e Ken Rogoff sostengono che quando il debito pubblico di un Paese arriva al 90% del Pil, l’economia perde molto del suo potenziale. Il modello italiano suggerisce che qualcosa del genere sta accadendo anche in politica. Il caos dei conti dello Stato porta le democrazie avanzate a dilaniarsi su quali elettori tassare, quali spese tagliare, quanta equità  mantenere. E il disaccordo sulla distribuzione dei sacrifici — fra contribuenti tedeschi e pensionati greci, fra tagli ai sussidi dei poveri negli Stati Uniti e sgravi sulle tasse dei ricchi — produce paralisi.
I tempi dei mercati, si è visto ieri, sono molto diversi. Le esitazioni europee nel reagire sulla Grecia, poi l’incomprensibile saga per il tetto al debito americano, hanno alimentato la paura che oggi frena l’economia. Il crollo verticale emerso ieri dell’indice della Fed di Philadelphia sull’attività  prevista dalle imprese americane ne è un indizio: quel dato di fiducia è stato raccolto nella prima settimana di agosto, mentre i mercati precipitavano anche a causa degli scontri politici a Bruxelles e a Washington. Nel 2008 i subprime dell’immobiliare affondavano in Borsa i titoli bancari. Tre anni più tardi, è la politica a essere diventata subprime e a produrre un effetto simile: l’indice azionario globale delle banche era a quota 86 dopo il crac Lehman, ieri invece era a quota 100, non lontano dai tempi peggiori.
Il problema, a quattro anni da quando la crisi si è presentata, è che neanche decisioni più rapide da parte dei politici bastano più. È probabile che l’economia europea abbia iniziato a frenare prima delle ultime incomprensioni fra Berlino, Parigi, Roma e Atene. «Now Casting», il servizio di stima preliminare dell’andamento della congiuntura prodotto da Lucrezia Reichlin, aveva iniziato a registrare una frenata in Eurolandia già  da maggio. Sulla base dei dati emersi fin qui, adesso mette in conto per il terzo trimestre dell’anno una lievissima contrazione e per il quarto una caduta più pronunciata (meno 0,3%). Ovviamente non è detto che finisca così ma, se avvenisse, si tratterebbe in termini tecnici di una recessione. Quanto agli Stati Uniti, «Now Casting» concorda con quasi tutti gli osservatori nel non vedere una vera contrazione in arrivo, anche se i dati sull’occupazione e sul mercato immobiliare continuano a deludere. Ma l’Europa e gli Stati Uniti soffrono almeno in parte degli stessi problemi: le rivoluzioni in Medio Oriente, l’impatto del terremoto in Giappone sulle catene globali di fornitura industriale, l’incertezza per l’austerità  pubblica e privata che prima o poi morderà , la riluttanza delle imprese a investire, la saturazione del mercato immobiliare. Ora poi si aggiunge il rallentamento dei mercati emergenti. Anche la Cina frena, come mette in luce un rapporto di Deutsche Bank di ieri: la stretta monetaria per contenere un’inflazione ormai attorno al 6% sta ottenendo tanto gli effetti desiderati che quelli collaterali. Deutsche prevede che ciò abbasserà  il tasso di crescita dell’export dell’Europa, del Giappone e degli Stati Uniti. Nokia, grande cliente per l’italiana St Microelectronics, fa in Cina il 18% del suo fatturato; Bmw ha nella Repubblica popolare il 15% delle sue vendite totali e ciò beneficia anche la bergamasca Brembo, fornitore di freni della casa tedesca.
In queste condizioni, non è solo l’incertezza per gli choc del debito a far cadere le Borse. I prezzi medi dell’S&P 500, principale listino di New York, erano raddoppiati dal marzo del 2009 grazie alla bombola a ossigeno della Fed e dello stimolo di bilancio americano. Ora i margini di manovra della Casa Bianca e della Banca centrale si sono fortemente ridotti. Ma in realtà , anche dopo gli ultimi crolli, i prezzi azionari almeno in America non sono stracciati: è più probabile che fossero gonfiati in precedenza, dopo una lunga successione di bolle. Il grafico in questa pagina mostra le valutazioni di lungo termine del rapporto fra prezzi azionari e utili delle imprese stimato da Robert Schiller. In base all’indice dell’economista di Yale, la Borsa di New York viaggia ancora ben sopra le sue medie di lungo termine (una volta che si tenga conto della congiuntura economica).
Difficile dunque che oggi l’America possa trainare l’Europa fuori dai guai. L’aiuto più prezioso potrebbe offrirlo la Bce con un deciso taglio dei tassi, vitale ora che i governi zavorrano l’economia con dosi da cavallo di austerità . Ma il numero di telefono di Francoforte ha due interni: a uno di questi risponde solo la Bundesbank, e spesso lo fa con un secco «no».


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