“Elezioni” in Cina, quando la sfida democratica viene dalla Rete

Secondo la Costituzione cinese ogni cittadino che abbia compiuto 18 anni, sempre per quanto riguarda questo ristretto ambito di base, ha il diritto all’elettorato attivo e passivo, può votare e può candidarsi, secondo le norme di legge. Soltanto in queste elezioni esiste il principio “una testa un voto”, di solito il cittadino, incasellato in una delle molteplici e complicate categorie di appartenenza (movimenti di massa, corporazioni, associazioni di categoria, organizzazioni del lavoro…), vota all’interno di esse. Nelle intenzioni quest’approccio dovrebbe rispecchiare meglio la pluralità  della società , in pratica serve per controllare meglio le persone. In secondo luogo sulla carta per candidarsi basterebbe l’appoggio di solamente 10 votanti della propria circoscrizione: ma la lista deve essere vagliata e approvata dagli organi del partito comunista di pari livello che alla fine decidono i nomi. Insomma si tratta di una parvenza di democrazia che non fa altro che confermare l’autoritarismo gerarchico cinese.

Negli ultimi anni però, soprattutto con la diffusione di internet (si dice che oggi un terzo dei cinesi, più di 400 milioni di persone, sia collegato alla rete), dei blog e di Sina Weibo, una sorta di Twitter capace di aggirare la censura, si sono moltiplicati i cosiddetti “candidati indipendenti”. Un fenomeno di grande importanza (nelle “elezioni” svoltesi tra il 2006 e il 2007 si dice che si candidarono 100 mila indipendenti, dei quali pochissimi furono eletti) che testimonia un desiderio di partecipazione e di democrazia non sottovalutabile.

In questa tornata le notizie su questo argomento sono ancora più frammentarie del solito perché le autorità  sono molto sospettose, sia per la contemporanea ricorrenza dei 90 anni del PCC celebrata il primo luglio, anche in seguito dei movimenti del mondo arabo, molto sostenuti dalla rete. I principali blogger cinesi che hanno cercato di presentarsi alla consultazione sono stati una quarantina e hanno avuto diverse fortune, come testimonia la breve cronaca della giornata elettorale del 28 giugno svoltasi in un distretto nella provincia del Jiangxi. Alla maggior parte è stato impedito con vari espedienti (dalle minacce agli arresti fino al semplice depennamento dalle liste per vaghi problemi legali), altri non sono stati eletti, altri ancora attendono l’esito, anche perché le procedure elettorali, cominciate nel maggio scorso sono spalmate per diversi mesi, variano come data da luogo a luogo.

Alla fine del 2010, Li Changpeng, giornalista e blogger di 43 anni, divenuto famoso per un romanzo denuncia sulla demolizione indiscriminata delle case, ha annunciato di candidarsi per un distretto di Chengdu, capitale della provincia del Sichuan: in meno di mezz’ora il suo micro blog aveva registrato 8 mila accessi. Il suo account di Weibo ha più di 3 mila followers. La sua popolarità  è notevole.

Non è di quest’avviso il quotidiano cinese filogovernativo in lingua inglese ‘Global Times’ che in un editoriale del 30 maggio scriveva: “lo scarto negli ideali tra diversi gruppi di pensiero nella società  cinese è cresciuto in questi ultimi anni. La partecipazione di candidati indipendenti potrebbe accelerare questo processo, recando ancora più turbolenza, minacciando la coesione della nazione… sollecitando il voto attraverso internet, potrebbero distruggere il sistema, ponendo una sfida proprio in un momento cruciale per la scena politica cinese… il sistema politico cinese ha mostrato flessibilità  verso le differenti opinioni insistendo sui cambiamenti interni al posto di riforme dall’esterno. Per quanto riguarda i candidati indipendenti, essi dovrebbero integrare i loro sforzi personali con l’andamento generale delle riforme politiche della Cina”.

Un messaggio chiaro e diretto anche perché l’accusa di fomentare la divisione del paese è foriera di gravissime conseguenze. Ma Li non esita a rispondere dal suo blog a questo attacco dicendosi scioccato dalla possibilità  che “le proposte sulle drogherie, sulla sicurezza degli autobus scolastici, sulla necessità  di più parcheggi” siano una contrapposizione contro il governo. “io voglio poter dire buongiorno al miliardo e 300 milioni di azionisti del mio paese”: un semplice diritto umano, quello di parola.

La storia di Liu Ping, una ex-operaia di 47 anni costretta a un pensionamento forzato a 40 euro al mese per proteste sempre contro la demolizione delle case, dimostra invece la chiusura arcigna, da parte delle autorità , di ogni spiraglio democratico: anche lei candidata all’assemblea popolare del suo distretto è stata oggetto di intimidazioni, pedinamenti, perquisizioni, persino di un arresto preventivo fino all’estromissione dalla lista per imprecisate questioni legali. Divenuta “nemica dello Stato”, Liu continua dal suo blog, che ha più di 30 mila followers, una battaglia decisiva per il futuro.

Ma il Partito Comunista non è completamente monolitico sulla via repressiva. Ci sono voci dissonanti che fanno sperare in un cambiamento seppur a lungo termine, come riporta un’analisi del settimanale inglese ‘The Economist’. Il regime si trova dunque di fronte alla sfida di internet: per ora la risposta è una censura sempre più capillare ma che si rivela incapace di controllare tutto.


Related Articles

USA. Le lobby dei fabbricanti mediano sulle armi. A St Louis 300 arresti in 18 giorni

Stati uniti. A sorpresa, i repubblicani alla Camera valutano una legge contro gli «acceleratori» di spari

Effetto Grecia a sinistra “Ora una Syriza italiana” Vendola: doppia tessera

Il leader di Sel lancia un coordinamento e attacca Renzi “È peggio di Berlusconi”. Ma la minoranza dem frena

Un continente che attende di essere liberato dal neoliberismo

Unione europea. Una timida democratizzazione e la Lexit dall’Ue sono due opzioni opposte, ma destinate entrambe alla sconfitta e a rafforzare le oligarchie economiche e finanziarie

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment