Le comunità  dei pendolari

Slow, lento. Una bandiera che porto da circa 25 anni, da quando sottoscrivemmo il Manifesto di Slow Food: «La velocità  è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda dello stesso virus: la fast life, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case […] L’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità  che può ridurlo a una specie in via d’estinzione…».
La grande parte di mondo che idolatra la velocità  lesse queste frasi come la nascita di una contrapposizione tra due ideologie, slow e fast, e ha continuato a farlo in questi anni: «Chi è contro la velocità  è contro il progresso», si sente spesso dire. Ma, anche nel giudicare, la frenesia gioca brutti scherzi e fa perdere il senso delle cose, le distorce. Quelle parole parlavano piuttosto di una distinzione: quella tra l’essere attenti e l’essere distratti. La lentezza ha a che fare con la capacità  di distinguere e valutare, con l’acquisizione di uno spirito critico che rende consci dei propri limiti, mettendo barriere alla tentazione di fare “il passo più lungo della gamba”, il primo grande rischio quando si corre troppo: estinzioni, deturpamenti, alterazione di equilibri delicati, esaurimento di risorse non rinnovabili, compromissione della salute pubblica.
Anche se in sé la velocità  non ha nulla di male, il problema sorge quando diventa l’ideologia dominante. Non si capisce più quando e come ci si deve fermare, oppure semplicemente quando si deve cambiare strada, scegliere un nuovo paradigma. Se vale soltanto l’equazione riduttiva “velocità  uguale progresso”, allora fino a quanto la velocità  potrà  essere “alta”?
Senza limiti perdiamo la capacità  di immaginare quello che sarà  il nostro domani e, per contrappasso, finiremo imprigionati in un eterno presente. Jérà´me Bindé, da Direttore della divisione Previsioni, Filosofia e Scienze Umane dell’Unesco, ha scritto: «Dove si arriverà ? Il tempo che noi viviamo oggi è interamente dominato da ciò che chiamo la “tirannia dell’urgenza” sia sulla scena finanziaria, dove le transazioni si effettuano ormai in una frazione di secondo, sia sulla scena mediatica, dove regna l’effimero, o sulla scena politica, nella quale la prossima elezione sembra il solo orizzonte temporale dell’azione pubblica. Le nostre società  vivono in una sorta d’istantaneismo che impedisce loro di controllare l’avvenire». E così si perde la memoria; così si perde la capacità  di progettare.
Veniamo ai progetti, allora, e al secondo rischio della velocità : “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Si fa molto parlare di Grandi Opere, quando la vera Grande Opera dovrebbe essere la ricostruzione e la rifioritura delle comunità  locali, garantendo a tutti un reale benessere nel luogo in cui si sceglie di vivere, senza dover sacrificare nulla, o almeno non troppo. Per esempio, che fine ha fatto una mobilità  locale efficiente e comoda, quando tanti pendolari ogni giorno sono sottoposti a piccole odissee? Se si è attenti e non distratti, se si ha memoria e s’immagina il futuro, procedendo a un regime che ci permette di rallentare, a quel punto si apprezza anche la velocità , e si capisce che neanche la lentezza può essere un’ideologia: in treno continuo a metterci un’ora da Bra, la mia città , per andare a Torino, su mezzi decrepiti, quasi sempre costretto a cambiare in una stazione intermedia. Una situazione addirittura peggiore di 30 anni fa. E non sono il solo in Italia, da quando si sono cancellate o ridimensionate tante tratte locali. Chi va troppo piano può essere considerato uno stupido, perché sta fermo; chi va soltanto veloce s’intrappola per sempre nel presente, bloccato quando crede di andare avanti, mentre il terreno si sgretola sotto i piedi di entrambi.


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