Aziende pubbliche in svendita

  Leggendo le dichiarazioni di Tremonti e del suo entourage allargato – che arriva fino ai vertici della Confidustria – si potrebbe parlare di un tentato golpe della finanza tossica. Era dal ’92 che non si assisteva in Italia ad una gara così accesa verso la cessione di pezzi di Stato e di beni comuni. Privatizzare, per il governo, è la risposta alla crisi finanziaria.
La manovra, blindata preventivamente dalla grande paura provocata dagli attacchi speculativi iniziati la scorsa settimana, sta arrivando in queste ore al nocciolo duro dei beni di famiglia. Non basta tagliare sanità  e scuola, occorre fare di più, è il diktat che aleggia sull’Europa della crisi dell’euro.
«Dobbiamo certamente mettere inizio a un processo di privatizzazione, passata la crisi che ha bloccato tutto», ha spiegato ieri Giulio Tremonti, parlando dal palco dell’assemblea dell’Abi. I comuni «saranno spinti a vendere i loro asset da un meccanismo di incentivi che sarà  introdotto nel loro patto di stabilità », ha spiegato il ministro, che ha poi tentato di prevenire eventuali critiche assicurando «non possiamo vendere l’acqua». A stretto giro di posta ha risposto Emma Marcegaglia, alla guida della Confidustria uscita sconfitta dai referendum di giugno: «Grande maturità », «scelta molto importante», «misure a costo zero», sono gli elogi arrivati dall’associazione degli industriali, per la quale «bisogna partire dai servizi pubblici locali».
Il ministro dell’Economia è entrato nel dettaglio, spiegando chi dovrà  privatizzare: «I comuni saranno spinti a vendere i loro asset da un meccanismo di incentivi che sarà  introdotto nel loro patto di stabilita». E parlare di amministrazioni locali vuol dire andare ad attaccare quelli che efficacemente vengono definiti i beni comuni, i servizi pubblici locali, quell’insieme di gestioni essenziali per la vita quotidiana. E ci vuole poco, a questo punto, per ricordare che solo un mese fa 27 milioni di italiani hanno detto chiaramente che questi sono beni che non si toccano. Anzi, seguendo alla lettera lo spirito del referendum – interpretabile attraverso la sentenza della Consulta che ha definito il campo di applicazione dei quesiti – quel processo iniziato nel 1994 con la legge Galli va non solo bloccato, ma rivisto nel senso di un ritorno alla gestione pubblica e partecipata.
Il primo quesito, vale la pena ricordarlo, ha abolito l’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi – voluta in realtà  dallo stesso Tremonti, che oggi ritorna alla carica – che non riguardava solamente l’acqua. In quella norma si obbligavano i comuni a cedere ai privati anche i rifiuti e il trasporto pubblico locale, altri due servizi che gli elettori hanno voluto proteggere dalle speculazioni. Dunque il referendum dovrebbe bloccare la furia privatizzatrice. Dovrebbe, appunto.
La formula usata da Tremonti – che parla di incentivi alla privatizzazione – sembra pensata per evitare il giudizio di costituzionalità , con una interpretazione decisamente azzardata. Occorrerà  attendere il testo definitivo per scoprire fino in fondo il gioco del ministro dell’economia.
Se escludiamo l’acqua, oltre ai rifiuti e ai trasporti, di privatizzabile rimangono anche i grandi enti, che in alcuni casi sono veri e propri gioielli per i comuni italiani: «A Napoli abbiamo diverse società  pubbliche strumentali, come la Fiera spa, che vorremmo trasformare in azienda di diritto pubblico – spiega Alberto Lucarelli, neo assessore ai beni comuni di Napoli – e noi abbiamo un grande progetto per bloccare la svendita dei beni comunali». Un percorso messo in profonda crisi dalla manovra di Tremonti, che potrebbe legare l’aiuto per l’emergenza rifiuti alla cessione delle grandi aziende municipalizzate. Rimane il dubbio che il governo punti ad altro e non agli enti culturali e di promozione, che poco interessano ai grandi speculatori.
Secondo uno studio della Fondazione Mattei e di Unioncamere, le municipalizzate in Italia sono 5.150, 7,5 a testa per ciascun ente territoriale. Ma non è escluso che si possa aprire una nuova stagione di privatizzazioni, che riguardi anche le grandi società . pacchetti azionari in mano al governo sono tanti, da Eni ad Enel, da Finmeccanica a Poste, passando per Ferrovie dello Stato, Enav, Sace, Fintecna e Poligrafico dello Stato.


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