A Pechino la paura fa novanta

 Il Pc cinese ha festeggiato ieri i suoi 90 anni. Ne ha tutte le ragioni. Sopravvissuto al ‘900 insieme a un drappello sparuto di Partiti comunisti più o meno fratelli, è l’unico ad essere entrato nel terzo millennio da vincitore, in groppa alla nuova potenza mondiale, che a tutti gli effetti è una sua creatura. Il tripudio a cui si assiste, fatto di falci e martelli, stelle rosse, canzoni rivoluzionarie, rievocazioni di un passato relegato negli ultimi 33 anni al ruolo di sceneggiatura per film epici quanto fasulli, non sorprende, ma conferma il cinismo del potere cinese nella costruzione della propria narrativa. E tuttavia la grande messa in scena da «stella rossa» rivela anche un imbarazzo, frutto di un’ambiguità  ideologica sempre più difficile da coltivare.

La Cina di oggi ha certo molto da celebrare: seconda economia del mondo, prima detentrice di riserve valutarie, tassi di crescita a due cifre mentre i paesi ricchi arrancano sotto i colpi di una crisi che non passa, potenza di primo piano e ormai ineludibile nella geopolitica del pianeta. Ma il rovescio della medaglia è oscuro ed esaspera le contraddizioni, rendendole ingovernabili. Lo fa capire anche il presidente Hu Jintao che nel discorso ufficiale dell’anniversario trasmesso in diretta tv ha ammesso che, insieme ai motivi di orgoglio, vi sono anche molte ragioni di preoccupazione. I «profondi cambiamenti di situazione internazionali, interni e dentro al partito» ha detto, pongono «nuovi problemi e sfide» al rafforzamento della leadership del Pcc. Corruzione e incompetenza, soprattutto, sono le bestie nere che il partito deve combattere al proprio interno, pena la perdita «del sostegno e della fiducia». Una questione di «vita o di morte», espressione drammatica già  usata in passato, e caduta drammaticamente nel vuoto.
La corruzione è la piaga che pervade ed esaspera tutte le grandi questioni, economiche e sociali, in cui la maggioranza dei cinesi si dibatte. L’ormai indecente divario tra i redditi, il grave inquinamento ambientale, la produzione di cibi che intossicano, la speculazione immobiliare che ha reso impossibile ottenere una casa, l’esproprio delle terre arabili, le demolizioni illegali degli edifici, l’accesso a istruzione e sanità  decenti.
Le cronache dell’ultimo mese hanno esposto una raffica di rivolte frutto di rabbia esasperata, dalla Mongolia interna dei pastori al Guangdong degli operai migranti. Negli stessi giorni un rapporto della People’s Bank of China, comparso sul sito della stessa e rapidamente rimosso, rivelava che tra la metà  degli anni ’90 e il 2008 oltre 17mila funzionari pubblici e membri di partito erano fuggiti all’estero portando con sé l’equivalente di 90 miliardi di euro. Notizia che fa il paio con la ricerca di Wang Xiaolu, vice direttore del National Economic Research Institute alla China Reform Foundation (resa nota nell’agosto del 2010) secondo la quale nel 2008 i redditi al nero in Cina sarebbero ammontati a 5.400 miliardi di yuan (quasi 600 miliardi di euro), il 63% dei quali attribuibili al 10% più ricco. Con queste cifre, mai smentite, il reddito pro capite di questo top ten è 65 volte quello dei cinesi più poveri, ben oltre le 23 volte riportate dalle statistiche ufficiali.
L’1 luglio del 1921 i 13 uomini che si riunirono a Shanghai per fondare il Pc cinese rappresentavano 40 persone, e un’immensa speranza di cambiamento. Oggi il Pcc con 80 milioni di membri è il più grande partito del mondo ma è difficile dire chi davvero rappresenti. Uno studio di Bruce J. Dickson (China Quarterly Review, dicembre 2007) ha argomentato dati alla mano i legami crescenti tra il Pcc e il settore capitalistico privato dopo l’apertura ufficiale delle porte a quest’ultimo, decisa al Congresso del 2002. Risultato del connubio, secondo l’autore, un’integrazione tra potere politico e ricchezza che, insieme alla crescita economica, sostiene fortemente anche il sistema autoritario, e di certo non lo minaccia.
Le celebrazioni occultano questa profonda ambiguità  del Pcc, che solo a parole rappresenta ormai gli interessi di tutti i cinesi. E tuttavia un vivace, talvolta violento, dibattito politico si è riaperto in Cina. Sembra il ritorno dell’antico scontro tra linea rossa e linea nera, tra la sinistra che chiede giustizia sociale e coerenza politica con gli enunciati e la destra liberal che vuole democrazia senza se e senza ma e un taglio netto col passato.
Non è ancora chiaro se, quanto e come la dinamica politica interna al Partito ne sia toccata, ma la necessità  di un cambiamento di rotta si impone, ormai ne sono tutti consapevoli. E l’anno prossimo si cambia leadership. Hu Jintao e Wen Jiabao sono ormai diretti verso l’uscita e di chi entra si conosce solo una biografia di fedelissimi al Partito. Ma quale Partito?


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