L’alleanza atlantica a due livelli

Vent’anni fa implodeva l’Unione Sovietica e cessava con essa la minaccia nucleare massiccia, l'”equilibrio del terrore”: dobbiamo ritenere che l’Alleanza Atlantica debba sciogliersi perché ha conseguito i fini statutari? Oppure che, di documento in documento del Consiglio Atlantico, sia mutata radicalmente la sua missione strategica, dalla difesa della libertà  (e delle libertà ) dell’area atlantica al compito di poliziotto del mondo, chiamata a intervenire, nell’inefficacia delle Nazioni Unite, per metter pace nei conflitti locali, perseguire i tiranni genocidi in una funzione ideale che promuove l’avvento dello Stato di diritto e dei diritti umani e sottende come fine ultimo il regime change? A combattere il terrorismo e la proliferazione nucleare?
Sono tutti quesiti legittimi che i governi alleati, legati dall’impegno di mutua assistenza del Trattato di Washington, devono porsi, comportano decisioni di fondo che devono essere prese insieme, responsabilmente e liberamente. Temo sia invece retorica abusata criticare l’esiguità  o l’eccesso delle spese militari – colpisce comunque il divario tra americani ed europei – senza guardarvi dentro per vedere se l’investimento sia ben concepito, attagliato alle esigenze della sicurezza dalla minaccia odierna, ai mezzi agli uomini necessari alla difesa d’oggi, non a quella di ieri.
In secondo luogo, le decisioni che gli alleati prendono insieme responsabilmente non possono non tener conto del fronte interno di ciascuno che, come accadde per il Vietnam e per l’Iraq, può costringere un grande Paese a ritirarsi dall’impresa bellica. In questo senso, la trasparenza degli obiettivi e la chiarezza dei propositi sono alla base della fiducia e del consenso popolare all’intervento militare, dell’appoggio, cioè, ad una causa riconosciuta giusta. Dal War Powers Act americano del 1973 (proprio gli anni della fine della guerra indocinese) alla nostra Costituzione è stretto il legame tra operazioni militari all’estero e sostegno politico e parlamentare interno. Nel nostro caso, poi, persino più esplicitamente, con una sorta di devoluzione alle decisioni internazionali, specie a quelle prese dalle Nazioni Unite. 
Per difendere il passo indietro nella spedizione di Libia da parte degli Stati Uniti che, ritenendo di non avervi interessi strategici, hanno ceduto il comando alla Nato, salvo dimostrare di essere i soli a possedere arsenali e tecnologia adatti, Gates argomenta con buon fondamento che l’operazione si svolge a poche miglia dalle coste meridionali dell’Europa a cui incomberebbe il vero onere di condurla a termine con successo. Ma sembra trascurare che gli europei sono stati trascinati riluttanti in Iraq in una guerra i cui motivi presunti sono ancora indimostrati e che rimangono fedeli alla consegna in Afghanistan dove è difficile argomentare che le decisioni politiche e operative siano frutto di autentica concertazione atlantica.
Indubbiamente, i Paesi arabi hanno un valore strategico diverso per i protagonisti atlantici. Se la Libia e la Tunisia hanno un peso particolare per la politica estera francese o italiana, non è men vero che Washington ha un interesse strategico primario nell’Egitto, chiave di volta della stabilità  del Vicino Oriente, della sicurezza di Israele, dell’equilibrio del Golfo e della penisola arabica con il regno Saudita e il Bahrein, sede della Quinta Flotta, antemurale verso le ambizioni dell’Iran. Di fronte alla “primavera araba” è difficile però dividere il teatro mediterraneo in settori separabili politicamente. 
Infine, l’intervento militare a fini umanitari per impedire al tiranno di massacrare i suoi compatrioti si fa strada nelle coscienze, malgrado il riservato dominio che lo Statuto delle Nazioni Unite riserva agli Stati, ed è stato sperimentato, con il mandato Onu o senza, nell’ex Jugoslavia. L’aspirazione dei popoli a vivere liberi ed a determinare il regime di governo, come gridano le Piazze Tahrir, è parte integrante delle conquiste della civiltà  democratica dell’Occidente: è un appello che americani ed europei sentono vivamente. 
Perché l’Alleanza si divide tra governi interventisti e dubbiosi, reticenti o ambivalenti, tedeschi astensionisti e turchi ambigui nelle rinate ambizioni geopolitiche neo-ottomane? Ciascuno sembra far politica per sé nel Mediterraneo e nel Vicino e Medio Oriente, con l’Alleanza Atlantica ridotta alla dimensione di comando militare.
Viene da chiedersi quindi se la diagnosi di Gates non sia semplicistica, se non pretestuosa: gli europei sono pronti a tutto, purché ad agire, a condurre e soprattutto a pagare, in uomini e mezzi, siano gli americani. Oltre Atlantico l’opinione pubblica è comunque stanca di lunghe ed opache guerre lontane in tempi di crisi economica e di disoccupazione, di bilanci in disavanzo, di debito pubblico smisurato. La crisi colpisce ugualmente l’Europa, forse più duramente, ma il populismo cresce vigoroso da ambo le parti dell’Oceano e contesta in genere le operazioni militari all’estero soprattutto per grettezza, non per nobile, pur se malinteso, pacifismo. Il consenso popolare, base della democrazia, è sempre più usato come arma di ricatto da politicanti di pochi scrupoli. È vero che non si può impunemente interpretare capziosamente la legge, a pena di perdere poco per volta la fiducia e l’appoggio popolare, ma – come ci ricorda Henry Kissinger, la politica estera non deve essere ostaggio delle manovre politiche interne. 
Viene allora da chiedersi se la crisi della Nato non sia politica, prima che finanziaria e militare, se non debba essere imputata alla carenza di una vera concertazione che dimentica l’animus in consulendo liber iscritto nell’aula del Consiglio Atlantico. L’asfissia della concertazione può essere un residuo della sindrome della guerra fredda, tarda reazione all’unilateralismo, mancanza di visione strategica. O, peggio, carenza di leadership e di senso della comunanza di destini proprio di fronte a un mondo globalizzato la cui multipolarità  strutturale si afferma ogni giorno e dovrebbe richiamarci, da entrambe le parti dell’Atlantico, a serrare i ranghi attorno ai valori comuni che fanno la politica di lungo periodo.
Si scrive che l’interesse strategico degli Stati Uniti si allontana dall’Europa per rivolgersi verso l’Asia e la competizione con la Cina, per non parlare dell’America Latina in crescente subbuglio. Certo, l’Europa è in pace e passabilmente prospera, ma proprio per questo è oggi, pur nella sua confusione politico-strategica, massa critica e partner indispensabile dell’alleato d’oltreatlantico: al di là  di ogni differenza, la comune civiltà  democratica e liberale è proprio il messaggio che, con ben altro afflato politico, Barack Obama ha lanciato agli europei da Londra. È a lui, piuttosto che a Gates, che l’Europa dovrà  guardare per riformulare il rapporto transatlantico.


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