I nuovi italiani

È la carica dei nuovi italiani: ben 40 mila nell’ultimo anno. Nonostante gli ostacoli, il numero dei neocittadini cresce costantemente. Basta uno sguardo ai dati degli anni passati: nel 2004 erano 11.945, poi sono saliti a 19.266 nel 2005. Nel 2006 si è registrato un balzo (35.766 naturalizzazioni), seguito da leggeri aumenti: 38.466 nel 2007, 39.484 nel 2008, 40.084 nel 2009. Fino ai 40.223 dell’anno scorso. Una montagna restano però le domande in attesa di risposta: ben 146 mila. Non solo. L’Italia rimane molto indietro rispetto alle altre grandi nazioni europee. Qualche esempio? Nel 2006, la Gran Bretagna ha concesso 154 mila cittadinanze, la Francia 148 mila cittadinanze, la Germania 124 mila e la Spagna 62mila. In Italia in quell’anno sono state solo 35 mila.
«Il percorso per ottenere la carta d’identità  è lungo e faticoso», conferma Lilia: «Io sono arrivata in Italia nel 1988, a 24 anni. A Bogotà  lavoravo come infermiera in una delle migliori cliniche della città . A Roma, ho trovato impiego nella casa di un medico: mi prendevo cura di suo padre, anziano. Ho studiato italiano alla Dante Alighieri. Perché sono partita? Per aiutare la mia famiglia. Nell’88 in Colombia guadagnavo 15 mila pesos al mese, in Italia dieci volte di più. Per la cittadinanza ci sono voluti dieci anni di rinnovi di premessi di soggiorno, poi un’attesa di altri tre anni per tutte le lungaggini burocratiche».
Come si diventa oggi italiani? In attesa della riforma più volte annunciata, la nostra legge sulla cittadinanza resta quella del ‘92 e obbliga gli immigrati a una lunga via crucis. Per ottenere il documento italiano ci sono due strade. La prima si chiama “naturalizzazione”: l’immigrato deve dimostrare una residenza ininterrotta di dieci anni e un reddito minimo di 8.300 euro all’anno (11.300 con un coniuge a carico). La seconda è sposare un italiano o un’italiana e presentare la richiesta dopo due anni dalle nozze.
Non è tutto. Una volta soddisfatti i requisiti, bisogna ancora avere molta pazienza: l’attesa media è, infatti, di 3-4 anni, anche se la legge parla di una procedura lunga al massimo due. Anche per questo, i primi di giugno, Cgil, Inca e Federconsumatori hanno lanciato una class action contro il Viminale, «per ripristinare i diritti degli immigrati nel rispetto sia dei tempi sia dei modi previsti dalle normative nazionali». Al centro della prima azione legale collettiva, i ricongiungimenti familiari e, appunto, la concessione della cittadinanza italiana nei tempi previsti dalla legge.
Per chi è nato in Italia da genitori stranieri, le cose non migliorano, anzi: il richiedente deve aspettare la maggiore età  per poter presentare la domanda, quindi dimostrare una residenza senza interruzioni fino ai 18 anni. Poi, ha solo un anno di tempo (fino al compimento dei 19 anni) per consegnare l’istanza.
Ma chi sono, oggi, i nuovi cittadini? A fotografarli è la Direzione centrale per i diritti civili del Viminale. Nel 2010 sono 40.223 le carte d’identità  italiane concesse: 21.630 per residenza, 18.593 per matrimonio. Il numero delle domande bocciate è quasi raddoppiato, passando dalle 859 del 2009 alle 1.634 del 2010. I dati non comprendono però gli stranieri che al raggiungimento della maggiore età  dichiarino di voler diventare cittadini italiani (in quanto l’accertamento dei loro requisiti è di competenza del sindaco del luogo di residenza), né gli acquisti di cittadinanza per adozione.
«Sono italiana per amore» racconta Teresa Satalaya. «Undici anni fa sono partita dal Perù con in mano una laurea in odontoiatria conseguita in Ucraina. Ho fatto la volontaria alla Casa dei diritti sociali di Roma e lì, dopo un anno, ho conosciuto un collega romano. Ci siamo fidanzati e poi sposati civilmente. Il mio è un matrimonio vero, anche se ne ho sentite tante di storie di nozze di comodo… Nozze concordate per ottenere finalmente la cittadinanza e uscire dal tormento del rinnovo del permesso di soggiorno».
A questo proposito, va sottolineato il dato del forte calo delle cittadinanze concesse per matrimonio a partire dal 2009 (nel 2008 erano state 24.950). Come si spiega? La stretta è dovuta agli effetti del pacchetto sicurezza, che nel 2009 ha dichiarato guerra ai matrimoni combinati: oggi, infatti, si diventa cittadini italiani non più dopo sei mesi dalle nozze, ma dopo due anni, e per sposarsi bisogna esibire il permesso di soggiorno. Ma gli abusi proseguono.
Oggi Teresa ricorda «la mia forte emozione alla cerimonia di consegna dei documenti italiani in Campidoglio, anche se il funzionario era distaccato e un po’ troppo freddo». Satalaya, invece, ha tre figlie femmine e a breve si sposerà  anche in chiesa. La sua laurea in odontoiatria non è stata ancora riconosciuta ed è disoccupata: «Sono italiana, è vero, ma il mio accento e il mio aspetto di straniera non mi aiutano certo a trovare lavoro». Eppure sono tanti i nuovi italiani con un titolo di studio in tasca: tra quelli che hanno ottenuto la cittadinanza per residenza, quasi duemila sono laureati e oltre ottomila hanno un diploma di scuola superiore. Da dove provengono? Per lo più da Marocco (6.952), Albania (5.628), Romania (2.929), Perù (1.377), Brasile (1.313) e Tunisia (1.215). I neocittadini sono in maggioranza donne (molte hanno ottenuto la cittadinanza per matrimonio) e vivono nelle province di Milano (3.109), Roma (2.593) e Torino (2.285). Moltissimi risiedono nel Nord Est: tra Brescia (1.459), Vicenza (1.153), Treviso (1.083), Padova (854) e Verona (778).
Che lavoro fanno? Per lo più sono operai (8.432), casalinghe (1.312), colf (1.043), studenti (1.330), ma non mancano i sacerdoti (239), gli sportivi (17), i registi (2), gli architetti (12) e gli avvocati (10). Molti gli infermieri (346) come Lilia Quiroga. «Oggi lavoro privatamente nell’assistenza ad anziani e malati» spiega Lilia. «Il mio fidanzato colombiano è venuto in Italia, poi ci siamo sposati in Campidoglio. Abbiamo due figlie femmine. Quest’anno abbiamo festeggiato i centocinquant’anni dell’Unità  d’Italia. Ed esultiamo a ogni vittoria della Roma sui campi di calcio. Le mie figlie si sentono italiane al 100 per cento. Io? Diciamo che una metà  di me è rimasta in Colombia e ogni tanto penso di tornarci da pensionata. Ma tutto dipenderà  dalle mie figlie: difficilmente lasceranno il Paese che le ha viste crescere e diventare donne».


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