“Bin Laden è morto da eroe l’America pagherà  col sangue” l’ultimo proclama di Al Qaeda

new york – «E con l’aiuto di Allah l’Onnipotente alle lacrime si mischierà  il suo sangue». Al Qaeda torna a minacciare con il linguaggio farneticante che ha tappezzato i nostri ultimi dieci anni di terrore. Ma questa volta il messaggio è diverso: perché contiene l’ammissione che il mondo aspettava. Bin Laden è morto. Adesso lo dice anche Al Qaeda preannunciando l’ultimo video dello sceicco registrato appena una settimana prima. «Il sangue del santo guerriero, lo sceicco Osama Bin Laden, che Allah lo benedica, è prezioso a noi e a tutti i musulmani. E non sarà  sprecato».

Il capo non c’è più ma «non è una vergogna: l’uccisione degli eroi avviene sul campo di battaglia». La lotta continua: «Lo sceicco non ha costruito un’organizzazione che sarebbe scomparsa con lui».
Ma non aveva detto, Barack Obama, che adesso «il mondo è più sicuro»? «Il comunicato riconosce che Osama Bin Laden è stato ucciso» sottolinea il portavoce Jay Carney. È già  un fatto: non c’è stato bisogno delle foto «raccapriccianti» che il presidente si è rifiutato di mostrare. Ma dieci anni di terrore non si spazzano via con il suo capo. «Certo che continuiamo a essere vigili» dice la Casa Bianca. Anche perché le nuove minacce arrivano proprio mentre dal covo di Abbottabad, Pakistan, saltano fuori gli appunti in cui Bin Laden minacciava un nuovo 11 settembre. 
Attentati ai treni e a centri di smistamento dei trasporti. New York, Washington, Chicago e Los Angeles nel mirino. Piani pensati già  nel febbraio dell’anno scorso ma da attuare per l’anniversario dell’11 settembre. A ogni costo. Magari utilizzando grossi alberi e blocchi di cemento armato per il deragliamento: così non si pone il problema dell’esplosivo. Insomma siamo in guerra più di prima? «Che il terrorista più ricercato del mondo potesse avere considerato nuovi attacchi contro gli Stati Uniti non è una sorpresa» dice la Casa Bianca. «Ma ci ricorda della necessità  di restare vigili». 
Tensione altissima. Anche i Taliban – riconoscendo la morte – dicono ora che «la sua uccisione darà  nuova forza alla lotta». Era prevedibile. Già  domenica notte, mentre Obama annunciava il blitz davanti a 57 milioni di spettatori, il Dipartimento per la sicurezza interna ha “ripassato” gli obiettivi di possibili attacchi e disposto un dispiegamento di forze nei punti sensibili come gli aeroporti. E quando dal compound vicino a Islamabad sono spuntati gli appunti con i piani per far saltare ponti e treni, anche il Transportation Security Center ha lanciato l’allarme alle varie compagnie, che qui sono tutte private. 
Non sono piani di attacchi veri e propri, fanno sapere gli investigatori: siamo ancora alle «intenzioni». Ma due certezze già  ci sono. La prima: gli analisti si stanno rimangiando quanto ci hanno raccontato finora, e cioè che Bin Laden era ormai diventato soltanto una figura autorevole, trasformato nel capo mitico ma non operativo – mentre le carte di Abbottabad dimostrano un leader nel pieno delle sue funzioni, che mette nero su bianco gli attacchi. Secondo: il «martirio di Osama» – la frase sarebbe evidenziata in rosso nel testo diffuso via web – è una nuova chiamata alle armi. «Resteremo, se Dio vuole, una maledizione per gli americani e i loro agenti» dice la nuova dichiarazione di guerra «che inseguiremo all’interno e fuori dai loro paesi». Perché «gli Stati Uniti non potranno mai vivere in sicurezza fin quando il nostro popolo in Palestina non godrà  della stessa sicurezza».
Adesso tocca agli analisti americani decifrare il contenuto trasversale del messaggio: che cosa sta succedendo all’interno di Al Qaeda? Come si sta organizzando «il serpente che ha perso la testa» – la definizione è del consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca, John Brennan – ma resta micidiale? Già  il fatto che il documento sia firmato collettivamente è la dimostrazione che si è aperta quella corsa alla leadership in cui ovviamente il candidato più forte è il numero due Ayman Al Zawahiri: il dottore che con Osama visse la rocambolesca fuga dalle bombe di Tora Bora alla clandestinità  in Pakistan.
Anche con il Pakistan, però, se la prende adesso il comunicato di Al Qaeda: invitando la sua popolazione a «vendicare la vergogna» della morte dello sceicco per cui evidentemente – malgrado gli americani continuino a dire di aver fatto tutto da soli – accusa anche il governo di Ali Zardari. I terroristi chiedono anche la restituzione del corpo di Osama. Probabilmente perché il testo è stato scritto prima dell’annuncio della sepoltura in mare. O perché, al contrario, non credono a Obama quando dice che Bin Laden «è stato seppellito in maniera rispettosa». Perché «noi, ovviamente, abbiamo messo più cura in questo atto di quanto Bin Laden abbia fatto uccidendo tremila persone».
Adesso l’attesa è per l’ultimo video. Con la poesia in cui il leader sanguinario renderebbe omaggio a quelle masse arabe che in realtà  hanno già  girato le spalle ad Al Qaeda rovesciando democraticamente i proprio governi. Prima di morire era questo l’obiettivo di Osama: impossessarsi di quelle rivolte inneggiando «all’orgoglio espresso dai rivoltosi affrontando i tiranni con la verità ». Perché – dicono adesso i suoi sanguinari eredi – «dipende solo dalla volontà  personale una morte da schiavo o da uomo libero». Come se finire così, braccato in un compound concependo deliri di morte, fosse morire da libero.

 


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