Medvedev e Putin i duellanti di Russia

MOSCA – Capita nella Russia di oggi. Il sindaco di Mosca Sergej Sobjanin riceve un invito. Anzi due. Entrambi per lo stesso giorno e per lo stesso orario. Il primo viene dalla Casa Bianca, sede del Parlamento e del premier Vladimir Putin, quello che qualche mese fa lo ha nominato sindaco. Il secondo viene direttamente dal Cremlino, dal presidente Dmitri Medvedev che l’autunno scorso gli ha spianato la strada silurando l’eterno primo cittadino Jurij Luzhkov, a sua volta molto protetto da Putin. Nessuno dei due inviti presenta oggettivamente un carattere d’urgenza. In tutte e due i casi si tratta di normali e noiose riunioni programmatiche. Che fare? Scontentarli entrambi, sarebbe un suicidio politico. Scegliere uno dei due, un azzardo incalcolabile. Sobjanin e altre decine di funzionari, governatori, supermanager di Russia, tentano tutti il salto mortale: andare a un appuntamento e fuggire in tempo per essere presenti alla chiusura dell’altro. I risultati però sono maldestri, e lasciano gli interessati con una preoccupazione profonda: chi si sarà  offeso di più? Ma la guerra psicologica delle convocazioni in simultanea è ormai solo una nota di colore nel rapporto sempre più controverso tra i due titolari del tandem al potere. Quella che all’inizio sembrava solo una differenza generazionale è diventata sempre più un continuo battibecco su ogni argomento dalla guerra in Libia fino alla mascotte per i Giochi Olimpici invernali del 2014. I cremlinologi, che qui non sono mai andati in pensione, hanno sempre assicurato che si trattasse di un semplice gioco delle parti: «I due – dicevano in coro – si dividono il ruolo di poliziotto buono e poliziotto cattivo con una tecnica da manuale». Sicurezza che da qualche giorno comincia a sgretolarsi. Soprattutto da quando il presidente Medvedev si è messo ad attaccare il sistema-Putin nel settore più delicato, quello dell’economia. L’ultima è di sabato scorso quando il Cremlino ha fornito una lista di politici che «dovrebbero farsi da parte rispetto alle grandi aziende». Ci sono 8 ministri e 17 viceministri ma soprattutto spicca l’uomo più caro a Putin, il vice premier Igor Sechin, presidente del colosso petrolifero Rosneft. Insomma il gioco si fa duro. Il tutto in un anno chiave che con le legislative di dicembre aprirà  la corsa alle presidenziali del 2012. E che vede il tandem in crollo di popolarità . Eppure tutto sembrava così chiaro. Nel 2008, impossibilitato dalla Costituzione a candidarsi per il terzo mandato consecutivo, Putin aveva prestato la sua poltrona al semisconosciuto Medvedev facendosi in cambio nominare premier per continuare a guidare il Paese. Tanto che, all’estero ma perfino in Russia, Putin ha continuato a essere comunque percepito come il numero uno in attesa di un ritorno alla massima carica con un mandato che un’apposita riforma ha intanto esteso da quattro a sei anni. Ansioso di modernità  e tanto entusiasta dell’Occidente, Medvedev ha colpito Obama mangiando con lui un hamburger a Washington ma soprattutto parlando senza remore di «democrazia da migliorare» e «corruzione da estirpare». Legato al suo personaggio vecchio stampo, Putin incarna invece il russo ruspante che ama lo sport e gli animali, che condanna Stalin ma senza esagerare, che va a cantare vecchie canzoni con le spie russe scoperte dagli americani, difende il basso prezzo di vodka e sigarette, e che soprattutto continua a considerare la fine dell’Urss come un «disastro geopolitico». Medvedev strappa accordi commerciali e tecnologici con gli Usa e Putin tratta “all’antica” con gente come il dittatore bielorusso Lukashenko o con gli oligarchi che alzano troppo la cresta. Medvedev invoca «un’opposizione sempre più ampia» e Putin definisce «irresponsabili nemici dello Stato» i manifestanti per i diritti umani. Un doppio gioco programmato che fino a un certo punto ha sicuramente pagato. Ma che ora funziona meno. Solleticato ad arte dagli Stati Uniti che lo riempiono di elogi e gratificazioni; esaltato dalle élite intellettuali russe che lo vedono come il “male minore”, Medvedev sembra sempre più restio a restituire la poltrona in prestito. Putin gli avrebbe offerto di tutto, dalla presidenza della Corte Suprema a un posto chiave nel colosso Gazprom. Ma l’attacco all’economia sarebbe la conferma di un prezzo che diventerebbe sempre più alto. Tanto che, per la prima volta in questi anni, Putin starebbe studiando l’ipotesi di rimanere nell’ufficio della Casa Bianca cercando di continuare a manovrare le leve del potere. E c’è una terza, lontanissima possibilità . La tira fuori, più come una speranza che come un’ipotesi, il noto politologo Igroo Jurghens, ripreso con clamore da tutti i giornali: «Perché non candidarsi l’uno contro l’altro? Ormai è evidente che guidano due partiti diversi. Sarebbe un’occasione attesa da secoli per poter finalmente dare una possibilità  di scelta al popolo russo».


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