L’idea di Tunisi: micro progetti per trattenere i giovani

L’annuncio di ieri del premier italiano («pronti 100 milioni di aiuti per la Tunisia» ) potrebbe imporre un cambio di marcia alle complicate trattative tra le due sponde diplomatiche. Ma per il momento la verifica è rinviata a lunedì prossimo, quando Silvio Berlusconi, accompagnato dal ministro dell’Interno Roberto Maroni e dalla sottosegretaria agli Esteri, Stefania Craxi, incontrerà  il primo ministro dell’esecutivo provvisorio, Beji Caid Essebsi, affiancato dal neo titolare degli interni Habib Essid. «Per ora non abbiamo ricevuto nulla di ufficiale da Roma e dunque non ci sono reazioni da parte nostra» , commenta il portavoce del ministero degli Esteri nel deserto del venerdì pomeriggio tunisino. Il successo del negoziato dipende dalla soluzione contestuale di tre problemi. Primo: quanti immigrati possono rientrare subito? Gli italiani premono per «reinterpretare» i vincoli posti dall’accordo del 1998 tra il governo Prodi (ministro dell’Interno Giorgio Napolitano) e il regime di Ben Ali, abbattuto il 14 gennaio scorso. Quei parametri, 4-5 rimpatri al giorno più un’altra dozzina via nave, sono stati spazzati via dall’emergenza Lampedusa. Ma anche l’annuncio di Maroni (rispedire al mittente un bastimento con mille migranti) è stato respinto senza appello dal governo tunisino, sulla base dei diritti fondamentali dell’uomo. Il punto di equilibrio, su questo quasi coincidono le indiscrezioni raccolte da una parte e dall’altra, si potrebbe trovare intorno alle 50-60 «restituzioni» alla volta. L’obiettivo è di arrivare a quota 1.000-1200 nel giro di 20 giorni. D’altra parte i tempi tecnici non si possono comprimere più di tanto: tutti gli immigrati vanno identificati, perché Tunisi vuole essere certa di riaccogliere solo concittadini, visto che nell’ultimo mese ha già  gestito l’afflusso di oltre 130 mila profughi in arrivo dalla Libia. «L’operazione rientro» sarebbe comunque presentata (specie all’opinione pubblica nordafricana) come solo un capitolo di una più «ampia cooperazione» con l’Italia. E qui entrano in scena i 100 milioni promessi da Berlusconi: almeno 25, chiede il governo di Essebsi, si devono materializzare quanto prima sotto forma di motovedette, motori fuoribordo, jeep fuoristrada e altro equipaggiamento necessario per rinforzare la vigilanza delle spiagge. Il resto delle risorse potrebbe, invece, servire per avvicinare le posizioni sul terzo e ultimo passaggio, il più difficile della trattativa. La Tunisia sostiene che si possono rimpatriare solo migranti consenzienti. La sponda italiana contesta questa interpretazione del diritto internazionale, poiché si sta parlando di immigrati clandestini, cioè illegali. C’è una via d’uscita? In qualche modo sono gli stessi tunisini a indicarla: convincere i giovani a rientrare, attirandoli con «sostegni economici» . Non si tratta, però, di consegnare un rotolo di euro a ogni partente, con il rischio di mettere in piedi una giostra di migranti specializzati nell’andata e ritorno dall’Italia. L’idea, invece, è di finanziare una miriade di micro-progetti o, semplicemente, destinare ai ragazzi sussidi mirati per fare fronte anche alle spese di base (l’affitto di casa per un certo periodo, o l’acquisto a rate di un furgone per lavorare). Tutto questo costa. Ecco perché il governo tunisino «deve» capire «come e quando» arriveranno i soldi promessi da Berlusconi.


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