Uccidere il raìs non è consentito ma con l’esilio sfuggirà  al processo

Se la Corte Penale raccoglierà  prove sui crimini di Gheddafi, la protezione del salvacondotto svanirà  Nell’intervento delle forze alleate in Libia, uno dei problemi cruciali è cosa fare del dittatore: ucciderlo, come auspicano taluni leader occidentali, o limitarsi a distruggere le sue forze armate? Negoziare una sua uscita di scena indolore, cercando di dargli un salvacondotto che gli assicuri impunità  pur di mettere fine alla guerra, come auspicato da Berlusconi e successivamente da Hillary Clinton? Cerchiamo la risposta nelle risoluzioni del Consiglio di sicurezza finora approvate. Con la risoluzione 1973 (2011) il Consiglio di sicurezza ha autorizzato gli Stati membri ad intervenire con la forza in Libia agendo «a livello nazionale o attraverso organizzazioni o organismi regionali» per adottare «tutte le misure necessarie per proteggere i civili e le aree popolate da civili»; la risoluzione inoltre prevede la creazione di una “no-fly zone”. Queste disposizioni non possono essere interpretate nel senso che esse anche autorizzino l’uccisione di Gheddafi. Certo, si autorizza a distruggere non solo le batterie missilistiche e gli aerei libici, ma anche tutte quelle strumentazioni, militari o non (carri armati, cannoni, vie di comunicazione) suscettibili di essere usati da Gheddafi per colpire la popolazione civile. Se il dittatore continua a ordinare alle sue truppe di sparare sui suoi cittadini inermi, si potrà  decidere di distruggere i quartieri generali dell’armata libica. Ma di più la risoluzione Onu non consente. Voler perseguire a tutti i costi il fine di uccidere il dittatore e così provocare un cambiamento di regime può essere un obiettivo politico di Stati interessati al petrolio libico ed al sovvertimento del regime attuale. Ma si tratta di fini non autorizzati, di per sé, dal Consiglio di sicurezza. Aggiungo che la risoluzione in questione implicitamente pone anche a carico delle forze alleate l’obbligo chiarissimo di risparmiare i civili, come peraltro esige il diritto umanitario vincolante tutti i Paesi che stanno intervenendo in Libia. E perciò bene hanno fatto i piloti danesi a tornare alla base senza sparare un colpo per timore di uccidere civili. Certo, Gheddafi abusa di questa protezione della popolazione, facendo uso degli “scudi umani” pratica vietatissima, ma per lui efficace. Se non si può uccidere il dittatore, al fine di trovare una soluzione politica gli si può offrire un salvacondotto che gli consenta di andare a vivere all’estero indisturbato? Anzitutto bisogna sperare che egli si ravveda e risparmi ulteriori sofferenze al popolo libico. Ma, a parte ciò, la cosa è fattibile o è vietata? Per ora concedere quel salvacondotto è possibile, per consentire al dittatore di recarsi in un paese che lo accetti, come lo Zimbabwe, dove Gheddafi potrà  vivere indisturbato. Esistono però due problemi, entrambi posti dalla risoluzione che il Consiglio di sicurezza aveva adottato precedentemente, quella numero 1970 (2011) che aveva previsto l’intervento della Corte penale internazionale. Il primo problema è che quella risoluzione vieta il transito o l’ingresso del dittatore in uno Stato membro dell’Onu. Ma questo problema può essere risolto: basterebbe ricorrere alla procedura speciale stabilita dalla risoluzione stessa, che prevede la possibilità  di eccezioni al divieto. L’altro problema è insolubile, per Gheddafi. Se prima o poi il procuratore dell’Aja raccoglie prove convincenti circa l’implicazione diretta di Gheddafi in gravi crimini, e i giudici emettono un ordine di cattura, la protezione del salvacondotto svanirà . Gheddafi sarà  costretto a rimanere fino alla morte nel paese che lo ospita, sperando che il regime di quel paese continui ad onorare il salvacondotto e a non far parte della Corte dell’Aja. A poco servirebbe una decisione del Consiglio di sicurezza che decidesse di sospendere per un anno qualunque azione giudiziaria, nell’interesse della pace. In effetti quella decisione richiederebbe il voto favorevole dei Cinque Grandi e basterebbe il veto di uno di essi (ad esempio, la Francia), a bloccarla. E comunque la protezione fornita da quella decisione sarebbe precaria. Quale conclusione si può trarre da tutto ciò? Primo, di fatto il Consiglio di sicurezza autorizza l’uso della forza armata contro uno Stato (invece di limitarsi ad altre misure sanzionatorie) quando, oltre a gravi violazioni dei diritti umani, sono in gioco risorse energetiche di preminente interesse per le Grandi Potenze (è accaduto in Iraq nel 1990 e ora in Libia). Purtroppo è necessario il binomio: grave violazione della pace, dei diritti umani (o della democrazia) e petrolio. Secondo, normalmente prima dell’uso della forza non si formula chiaramente i fini precisi dell’intervento armato ed inoltre non si prevede già  una exit strategy. Tutto viene improvvisato in un secondo momento (in questo caso anche a causa dell’emergenza umanitaria). Terzo, come al solito, chi ci rimette sono comunque i civili: basti pensare che, secondo calcoli ufficiali, il 90% delle vittime delle guerre attuali sono civili.


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