Stabilità , l’ossessione del Pcc

Nelle settimane scorse la repressione si è messa all’opera freneticamente e irragionevolmente, dopo che appelli alla ribellione profumati al gelsomino, peraltro raccolti da pochi coraggiosi, erano stati diffusi su Internet. Ieri è stato il giorno della carota. Tale può essere considerato l’intervento del premier Wen Jiabao che ha aperto la riunione plenaria annuale dell’Assemblea del popolo, l’equivalente del parlamento cinese, evento che ha visto schierati a Pechino 793 mila tra poliziotti e volontari. Il discorso di Wen, paragonabile a quello sullo stato dell’Unione, ha fatto il punto sull’anno appena trascorso ma soprattutto ha delineato l’immediato futuro. Tra le promesse del premier quella di xingfu, (termine che in cinese indica felicità , benessere) per chi ancora ne resta escluso. Chattando on line coi cinesi domenica scorsa, giorno in cui i misteriosi messaggi on line avevano chiamato a manifestare per la seconda volta in due settimane, Wen aveva definito lo xingfu «dare al popolo una vita sicura, confortevole, tranquilla». Ieri ha ribadito l’impegno affermando che «il miglioramento della vita deve essere un punto cruciale che lega riforma, sviluppo e stabilità ». La stabilità  è dunque la prima ossessione, in questi tempi volatili, ma per mantenerla molto va ancora fatto. Quest’anno poi è tempo di piano quinquennale e dunque ieri lo sguardo è andato oltre, con l’esposizione di programmi dalle dimensioni gigantesche che dovranno, da qui al 2015, risolvere i problemi che rischiano di inceppare la crescita del paese, e mettere le basi per una svolta decisiva nel modello di sviluppo. La riunione annuale degli oltre 3000 delegati, benché sia chiamata solo a ratificare decisioni già  prese nelle segrete stanze del Partito, è tuttavia un podio importante per raccogliere la visione ufficiale della leadership sul momento attuale, dal punto di vista politico cruciale per il paese, che l’anno prossimo vedrà  cambiare pressoché per intero i propri vertici. Dalle relazioni di ieri si è capita l’entità  del bivio che la Cina si trova di fronte e il paradosso del guado cinese, consegnati pressoché per intero alla prossima leadership. In questo senso questo il 12esimo piano quinquennale dovrebbe anche assicurare la continuità  fra presente e futuro. E qui il primo paradosso, perché è la necessità  del cambiamento che Wen Jiabao pone. E nel momento dei bilanci finali la leadership di Hu Jintao e Wen, che si era rappresentata come quella del «people first», della «società  armoniosa» e dello «sviluppo scientifico», rischia di dover prendere atto di un proprio personale fallimento: non essere riuscita a coniugare crescita economica, giustizia sociale, sostenibilità  ambientale. Il paradosso è acuito anche dal fatto che quando il mondo più ricco è affondato nella crisi globale, e ancora stenta a uscirne, la Cina non solo ha tenuto ma ha continuato a crescere, dell’11,4% nel 2010, ed è diventata la seconda economia mondiale. L’attraversata vittoriosa della tempesta è tutta nelle prime otto pagine della relazione, quanto la nave sia ancora malconcia è scritto in un paio di pagine. Come armarla per affrontare mari ancora più burrascosi è delineato nelle restanti 30. Il governo, ha detto Wen, è «profondamente consapevole» che «il nostro sviluppo non è ancora equilibrato, coordinato o sostenibile», dal punto di vista dell’ambiente e delle risorse, per gli squilibri tra investimenti e consumi, per la vastità  del divario dei redditi e lo sviluppo ineguale città -campagna, per l’irrazionalità  della struttura industriale, per la debolezza del settore agricolo. Più preoccupante ancora «l’insoddisfazione di massa» per la scarsa qualità  della sanità  e dell’istruzione e i loro costi, per la pressione crescente dell’inflazione, per l’esorbitante aumento dei prezzi delle case nelle città , per le espropriazioni illegali delle terre e le demolizioni brutali e inique delle case, per la sicurezza alimentare, per la corruzione dilagante. Wen non cela nessuna delle piaghe cinesi. La bestia più nera è ora l’inflazione, influenzata anche dagli aumenti internazionali dei prezzi. L’ordine lanciato dal premier è di mantenerla al 4%, per il prossimo anno, quanto al Pil non dovrà  aumentare più dell’8% nel 2011. E poi, da qui al 2015, un piano quinquennale che assicura miliardi di yuan per istruzione, sanità , un inizio di welfare, case popolari, urbanizzazione sostenibile anche per i migranti. L’obiettivo di fondo è aumentare i consumi interni per diminuire la dipendenza della crescita dall’export. Altre migliaia di miliardi saranno investiti in «Industrie strategiche emergenti», settori chiave come energia, biotech, tecnologia dell’informazione, farmaceutici etc. per portare a un livello superiore la struttura produttiva del paese e porre fine all’epoca delle produzioni inquinanti e ad alta intensità  energetica. Sviluppo sempre e comunque ma «inclusivo» come recita il nuovo slogan. Gli scettici argomentano che tutto si sente già  da alcuni anni e che il problema della leadership cinese è di non riuscire ad affrontare i nodi strutturali, economici e politici. La crisi globale non ha certo aiutato; piuttosto ha perpetuato un andazzo che genera squilibri ma soprattutto, dicono gli analisti, anche cinesi, rafforza potenti gruppi di potere, economico e politico, che resistono ai cambiamenti. Non ne sembra consapevole un editoriale pubblicato ieri dal Beijing Daily, giornale ufficiale, che esortava i cittadini a proteggere «l’armonia e la stabilità  del paese» aggiungendo che dall’esterno alcuni, dai «reconditi motivi» «cercano di trascinare la Cina nel caos». «Nonno Wen» ha cercato di calmare gli animi armoniosamente. Non bastasse, per il prossimo anno il budget per la sicurezza prevede una spesa in «law and order» di 624 miliardi di yuan (oltre 62 miliardi di euro), per la prima volta più che per l’Esercito popolare di liberazione.


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