Quella casa fantastica abitata solo sulla carta

Qui nessuno abiterà  mai, se non sogni ed emozioni. La matita dell’architetto, dico la matita vera che lascia la sua traccia grassa su un foglio vero, non è il primo passo verso la cazzuola del muratore, e quel foglio non è la simulazione di un lotto edificabile. Che l’edificio futuro nasca così, da qualche tratto veloce su un taccuino, dallo schizzo impressionista che corre dietro l’intuizione istantanea, è un pregiudizio romantico a cui neppure gli architetti romantici hanno mai creduto. L’edificio nasce dalla convergenza di discipline diverse, molte delle quali non visuali: nasce dallo studio delle funzioni, dal calcolo degli spazi, dalla scienza dei materiali, dalla consultazione delle normative, dai compromessi con il committente. Ma gli architetti disegnano tantissimo, incessantemente. Quella del progettista rinomato che rilascia interviste scarabocchiando con un pennarello sul brogliaccio è quasi una macchietta, però è anche un’immagine vera, abituale negli studi professionali, anche in quest’epoca di disegno elettronicamente assistito. Perché lo fanno? Si potrebbe rispondere, beffardamente: perché alle biennali d’architettura non puoi esporre gli edifici veri, e le foto sono un po’ banali. Dunque non sarebbero, i disegni, materiale da lavoro ma da public relations, visualizzazioni da esibire come marchio di stile che distingue uno studio da un altro, una scuola da un’altra, un’impostazione da un’altra. Un modo per tranquillizzare i committenti e magari anche se stessi sul fatto che l’architettura è ancora una cosa viva, non standardizzata, che nasce da una mente umana e non dai software preimpostati dei Cad, i tavoli da disegno elettronici. E allora come guardarli, i disegni dell’architetto? Se non sono né opere né progetti di opere, che cosa sono allora? C’è un pregiudizio secolare che pesa sulla reputazione degli artisti del costruito. Che soffrano di un complesso di inferiorità  artistica. Imbarazzati dal ruolo di costruttori che la società  delega loro. Pronti a far di tutto per dimostrare di essere creatori. Un architetto visionario quant’altri mai, Etienne Louis Boullée, si ribellò a Vitruvio: «L’architettura sarebbe l’arte del costruire? Certamente no!». Va detto che l’era degli archistar offre paglia al fuoco di questo luogo comune: tutti ansiosi di lasciare il proprio segno sulla mappa delle nostre città , la propria firma evidente e inconfondibile sullo skyline dei nostri luoghi di vita, o magari solo sull’arredamento del nostro salotto. Tom Wolfe li ha demoliti a colpi di sarcasmo, per questo, nel suo Maledetti architetti. Il disegno sarebbe dunque la prova che l’architetto sa creare la sua “cosa mentale” prima di costruirla. Come se, tenuto dall’ideologia modernista ad essere un semplice funzionario della funzione che si trasforma scientificamente in forma, rivendicasse con orgoglio il grido del Correggio: «Ed io anche son pittore!». Se il disegno non ha poi alcuna relazione col costruito, se non ha neppure somiglianza con qualcosa di costruibile, tanto meglio. Il grandissimo Giovanni Battista Piranesi si definì ed è sempre stato tranquillamente definito “architetto” benché in tutta la sua vita abbia costruito un solo modestissimo tempietto sull’Aventino: bastò a guadagnargli la qualifica una mole impressionante di disegni, comprese quelle fantastiche e impossibili Carceri che un capomastro non riuscirebbe mai a edificare materialmente. Anche il futurista Antonio Sant’Elia è sicuramente più popolare per quei disegni acquerellati di una smagliante “Città  nuova” che per le cose che tirò su davvero. Ma questo è un giudizio troppo severo. Sfogliando gli sketchbook d’autore raccolti a centinaia da Will Jones, l’impressione di un rifugio narcisistico lascia il posto all’ipotesi che il disegno d’architettura serva soprattutto all’architetto. I loro veri taccuini, gli architetti spesso li buttano. O li bruciano, perfino. Per i suoi schizzi Norman Foster sceglie carte di poco pregio proprio per non essere tentato di conservarli. Vuol dire che la loro funzione l’hanno già  assolta nel momento stesso in cui vengono tracciati, i disegni dell’architetto. Non sono progetti, sono processi. Sono il suo “pensiero manuale”. Arrivano dove le parole non sono più sufficienti, per scavalcare il gap tra la cultura tecnica del professionista, comune a tutta la sua categoria, e la ricerca di un linguaggio espressivo personale. «Disegnare è scoprire», scrive John Berger che alla teoria del disegno ha dedicato un libro lieve e profondo, «e ogni segno è la pietra di un guado, finché non si è attraversato il proprio soggetto come fosse un fiume». Sull’altra sponda comincerà  il progetto vero e proprio. Sulla prima invece restano come relitti di un bivacco, disordinate e in fondo mute alla comprensione, accessibili solo alla contemplazione, le tracce di una sfida tutta intellettuale, che per il critico d’arte James Elkins è la stessa per tutti gli artisti, ed è la sfida a quello «spazio ipnotizzante di forme potenziali che chiamiamo semplicemente “foglio di carta bianco”».


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