“Lassù la guerra non è un gioco se me lo ordinano elimino il nemico”

ROMA – Tra la pace e la guerra, tra le coste italiane e quelle libiche, a una velocità  di “mach 2”, il doppio di quella del suono, ci sono 20 minuti di volo. Tra il cielo di Gioia del Colle e uno “scramble” con un mig nel canale di Sicilia, meno della metà . Il tenente colonnello Salvatore T. è un pilota italiano in guerra. E’ nato a Pozzuoli. Ha 39 anni, una moglie, due bambine piccole e il suo caccia “Typhoon”. Comanda il 12esimo gruppo di volo del 36esimo stormo. Gli “Strali”. «Le mie figlie pensano che di mestiere io faccia il maghetto che se ne sta su per aria. La guerra è una parola che non conoscono e che è giusto che in questo momento non conoscano». Epperò la guerra è cominciata. E la riguarda. «Con i miei compagni, in queste ore, ne parliamo spesso. Anzi, a essere sinceri, è un mese che ne parliamo. Da quando la crisi libica è cominciata. Siamo stati addestrati per questo. Io posso dire che se e quando dovrò spingere il bottone di lancio dei miei missili sidewinder, io quel bottone lo spingerò. Sarà  la prima volta che tirerò non contro droni di addestramento, ma contro un altro essere umano. Ma la mia testa, la nostra testa di piloti di caccia, è educata a fare i conti con tutto questo. Vede, vorrei essere chiaro. Qui non c’entra la retorica. Non siamo delle macchine, ma degli uomini consapevoli di quello che fanno per il loro Paese. Tenendo presente una cosa. Là  su per aria, prendiamo decisioni e riceviamo ordini nello spazio di pochi secondi, mentre viaggiamo tra i 700 e gli 800 chilometri orari». Sparando su un bersaglio che non vedete. «Nella guerra aerea moderna, il nemico è un pixel luminoso su uno schermo. Un incrocio di coordinate numeriche, fissate dal lock di un missile armato. I radar dei nostri caccia vedono qualunque cosa si muova ben oltre i 50 chilometri dalla punta della nostra prua. E quando sei nel cockpit hai tempo soltanto per concentrarti su quelle operazioni che in addestramento non smetti mai di ripetere per essere pronto quando dovesse arrivare il momento. Lo ripeto: non c’è troppo tempo per pensare ad altro». Magari prima di decollare, il tempo di pensare a quello che si sta per andare a fare c’è. «No. Non c’è. Quando suona la sirena di allarme, abbiamo il tempo di infilare i pantaloni “anti G” e il giubbetto sulla tuta di volo, di afferrare il casco e fare di corsa i 20 metri che separano la nostra palazzina dallo shelter in cui saliamo sul caccia. Poi accendi i motori, ti premi la maschera dell’ossigeno sul volto e quando arrivi in testata pista per il decollo, solo allora, la torre prima, e il centro di comando e controllo, poi, ti autorizzano per una rotta, una quota e un bersaglio. E’ quando sei in aria che sai cosa sei chiamato a fare». E lì su in aria, come dice lei, nella testa davvero non c’è spazio per altro? «Dopo tanti anni su un caccia, un pilota non avverte più neanche il rumore dell’aeroplano. Io mi sorprendo a non sentire più neppure il mio respiro nella maschera ad ossigeno, che pure mi arriva amplificato nelle cuffie del casco. Lì dentro esiste solo quello che mi dice il mio aereo e quello che ascolto sulle frequenze radio dal mio comando e dai miei compagni». Che hanno un nome o una sigla? «Una sigla. Noi siamo gli “strali”. Il nostro logo è una saetta. Io, il comandante, sono “Strale 1”. Gli altri ragazzi sono il numero che hanno scelto quando sono arrivati all’unità . Che poi è l’unica scaramanzia che abbiamo. Il numero che ci siamo scelti. Quello che pensiamo ci porti fortuna. Detto da un napoletano, potrà  sembrarle strano, ma niente corni o zampe di coniglio nelle tasche». Torniamo a quel pulsante che potrebbe essere chiamato a spingere. Dove comincia e dove finisce la sua libertà  di decidere? «Esistono delle regole di ingaggio che cambiano in ragione del contesto della missione di volo. Non posso entrare nel dettaglio, ma diciamo che prima di spingere quel bottone devo essere autorizzato dalla mia catena di comando e controllo che, a sua volta, deve essere autorizzata dall’autorità  politica». E i pochi secondi e minuti di tempo per decidere, allora? «Ho pochi secondi quando vengo ingaggiato a fuoco o quando vengo illuminato come bersaglio da un aereo nemico. In questo caso, funziona come nella legittima difesa dei poliziotti e dei carabinieri. Decido io, perché, appunto, tempo non ce n’è». In questi giorni, come passa l’attesa a bordo pista? «Abbiamo turni di 24 ore. Abbiamo una bella palazzina. Dei bei letti dove riposarci vestiti, un televisore dove guardare i notiziari e le partite. Dei computer. E anche una playstation». Con cui giocare alla guerra? Salvatore ride: «Non amo la playstation. E la guerra non è un gioco».


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