Le voci dei 180 eroi senza volto che lottano nella centrale

«Non ho paura di morire, è il mio lavoro». A parlare è uno dei “50 di Fukushima”, fino a ieri un padre e marito, oggi uno degli eroi senza nome né volto rimasti nel cuore ferito di Fukushima Daiichi per evitare una catastrofe nucleare. La compagnia giapponese Tepco si rifiuta di diffondere l’identità  degli operai rimasti nella centrale. Si limita a far sapere che sono in 180 a fare il lavoro di 800, ma che per ridurre il tempo di esposizione alle radiazioni operano a turno in gruppi da 50. Da qui l’improprio soprannome.
«Anch’io ho lavorato fino a ieri a Fukushima. Dato che il sistema di raffreddamento del reattore si trova dalla parte del mare, è stato preso in pieno dall’onda. Abbiamo fatto l’impossibile per sistemarlo. Abbiamo lottato nonostante la stanchezza e la fame, senza mai staccare i piedi dal reattore», racconta uno dei 700 dipendenti della Tepco evacuati. Chi è rimasto sa i rischi che corre, ma teme più per i parenti rimasti a qualche chilometro dallo stabilimento. «”Tu vai da qualche parte al sicuro”, mi ha detto mio marito tra le lacrime», racconta la moglie di uno di loro su Mixi, il Facebook giapponese. Namiko Aoto ha 27 anni. «Ho una missione da compiere. Il nostro futuro dipende da come affrontiamo il problema adesso», le ha detto il padre spiegandole che aveva deciso di offrirsi volontario benché fosse in pensione da sei mesi. «A casa – racconta Namiko – non sembrerebbe uno in grado di svolgere un compito così grande, ma oggi sono orgogliosa di lui e prego per il suo ritorno».
(ha collaborato alessia cerantola)


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