Le azioni libiche nella gabbia della Ue

BRUXELLES – Dopo una lunga discussione per vincere le resistenze del governo maltese, l’Unione europea ha varato ieri il secondo round di sanzioni contro il regime libico. Questa volta ad essere presi di mira sono gli asset finanziari di Tripoli, che hanno consentito a Gheddafi di acquisire importanti partecipazioni in società  europee, e in particolare italiane. Tutti i beni di cinque «casseforti» del regime libico in Europa verranno congelati. Si tratta di capitali per molte decine di miliardi di euro. La decisione è stata adottata ieri a livello di rappresentanti governativi e verrà  approvata con procedura scritta, senza bisogno di una riunione dei ministri, in modo da poter essere pubblicata sulla gazzetta ufficiale venerdì, giorno in cui si ritroveranno a Bruxelles i capi di governo europei proprio per discutere della crisi libica. Intanto a Tripoli il ministro delle Finanze ha preso ad interim anche l’incarico di governatore della banca centrale, dopo che Farhat Omar Bengdara (che è anche vicepresidente di Unicredit), secondo quanto anticipato da Repubblica, è passato con il fronte dei ribelli. Le due più importanti società  colpite dal provvedimento sono il Lia, Libyan Investment Authority, un fondo sovrano da settanta miliardi di dollari che gestisce i proventi delle esportazioni petrolifere del Paese, e la Banca centrale libica. L’elenco ufficiale delle società  interessate non è stato reso noto. Ma oltre alla Lia e alla Banca centrale, il gelo dei beni dovrebbe riguardare anche il Libyan African Investment Portfolio, la Libyan Foreign Bank e il Lybian Housing Infrastructure Board. Inoltre dovrebbe essere colpito dalle sanzioni anche Mustafa Zarti, uomo d’affari libico e numero due del fondo sovrano, che risulta essere il tesoriere personale di Gheddafi. L’Austria ha già  congelato i suoi beni venerdì scorso. Per le società  italiane, le nuove sanzioni europee hanno conseguenze importanti. La Banca centrale libica con quasi il 5% e la Lia con il 2,5% detengono insieme oltre il 7% di Unicredit, che ieri in una nota ha chiarito come con l’intervento Ue «i diritti di voto libici saranno congelati». La Lia ha inoltre partecipazioni significative in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%). Una società  legata alla Lia, la Lafico (Libyan Arab Foreign Investment Company) controlla il 7,5% della Juventus. Sempre la Lia ha una partecipazione rilavante nella Olcese. Inoltre la Banca centrale ha il controllo azionario della Banca Ubae, al cui capitale partecipano anche Unicredit, Eni, Mps, Intesa Sanpaolo e Telecom Italia. Tra le partecipazioni della Libyan Investment Authority c’è anche una quota del 3% di Pearson, il gruppo editoriale britannico che controlla il Financial Times (già  congelata). Ieri la discussione sul congelamento dei beni si è trascinata per ore a causa delle resistenze maltesi. Il governo di La Valletta temeva che il blocco delle partecipazioni libiche potesse creare turbative nel funzionamento delle società  in cui Tripoli è azionista. Alla fine il problema è stato superato specificando che il congelamento non deve avere conseguenze per la governance delle società  partecipate.


Related Articles

Rivolta dei taxi contro l’ Uberizzazione

Il nuovo modello economico fa esplodere le vecchie corporazioni. Valls nomina un mediatore per trovare un’intesa tra i taxisti e i Vtc

Salta il bonus sul risparmio energetico


Via al voucher fiscale per le imprese che investono in ricerca universitaria

ROMA – Per un bonus che salta un altro è in arrivo, anche se il cambio non convince affatto le piccole imprese. Le aziende perderanno il bonus fiscale del 55% sulle ristrutturazioni edilizie eco-compatibili (riconosciuto anche ai privati), ma in compenso potranno contare sull’ «innovation voucher», una specie di buono spesa messo a disposizione degli imprenditori che – con l’aiuto di università  o centri ad hoc – vorranno portare una ventata di tecnologia nei loro prodotti o processi produttivi.

Il dividendo della crisi più pesante per i poveri

IL 2012 CON UN PIL -2,3%, SARà€ L’ANNO PIà™ DURO DOPO IL 2009. CHI PAGHERà€ I COSTI DI QUESTA ULTERIORE CADUTA DEL REDDITO, ANCORA LA POPOLAZIONE PIà™ POVERA? Come mostrano i dati Bankitalia elaborati da un gruppo di economisti (Peragine e Brunori, nel Merito.com, 16/11) «nel periodo 2006-2010 gli effetti della crisi non sono stati eguali per tutte le famiglie, le fasce a basso reddito hanno sofferto di più e complessivamente la recessione ha avuto un effetto regressivo sulla distribuzione dei redditi.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment