Fukushima, esplode la centrale è incubo contaminazione

Fukushima – La avvolge sul capo come un turbante. Sorride. Con un inchino mi invita a fare altrettanto. Allunga il braccio verso nord, verso la costa. «Fukushima, Fukushima!», grida allarmato. Ci troviamo sulla costa nordest del Giappone, oltre 200 chilometri da Tokyo, 50 dal punto più critico di questo sisma distruttivo. Il peggior terremoto degli ultimi 140 anni lo ha scosso e squarciato. Il sistema di sicurezza ha interrotto il processo di reazione. Ma il crollo dei piloni che portavano energia elettrica ha bloccato anche le pompe che immettono acqua per raffreddare le barre e quindi il nocciolo. La temperatura si è alzata oltre i livello di guardia e il calore sprigionato ha riempito di vapore la struttura esterna al reattore. La gabbia si è trasformata in una bomba pronta ad esplodere. Tecnici ed esperti sono rimasti sul posto. Hanno cercato di raffreddare le barre per evitare che si fondessero le camicie in cui sono avvolte. Con ogni mezzo. C’era bisogno di acqua e poi di acido borico. Ma le condutture erano bloccate e il calore continuava a riempire quella gabbia di vapore. «Alla fine», ci racconta un tecnico che si concede un tè dentro questo bar pieno di profughi dove ci siamo rintanati, «abbiamo fatto uscire il vapore». La struttura ha ceduto. L’idrogeno uscito dal primo reattore è entrato in contatto con l’ossigeno dell’atmosfera e c’è stato un botto. Erano le 15 e 36. «Buum!», esclama il tecnico mimando l’esplosione con i pugni. Sono saltati tetto e pareti. Quattro ingegneri sono rimasti feriti. C’è stata una perdita di cesio. Una nuvola di pioggia finissima, carica di particelle, si è alzata in cielo. Per centinaia di metri. È rimasta sospesa per un paio d’ore. L’aria è stata contaminata. Come i terreni vicini, le case, gli animali, le persone. «Il livello delle radiazioni all’interno della Sala controllo», annuncia un comunicato del governo, «è mille volte superiore di quello normale». La prefettura di Fukushima è ancora più eloquente: «La quantità  raggiunta in un’ora è uguale a quella che si registra in un anno». È una verità  che spaventa e angoscia. Non è più tempo di bugie e menzogne. È accaduto troppe volte in passato. E sempre a proposito di questa centrale. Dati e rilievi contraffatti, nascosti. Ma poi scoperti da nuove ispezioni che avevano portato a delle chiusure, a modifiche, ad altri controlli fino alla piena garanzia di un processo sicuro, affidabile. Adesso il governo inizia a distribuire iodio ai residenti per proteggerli dall’esposizione alla radioattività . Ma nel frattempo si apre il problema del reattore numero tre dove è stato il sistema di raffredamento. Tutti vogliono, devono sapere. Chernobyl torna ad aleggiare: con i suoi incubi, i suoi errori, le sue conseguenze. Chiama l’Aiea, l’Agenzia per l’atomica di Vienna. Chiede conferma, batte i pugni, impone alla Tepco (Tokyo Electric power), gestore dei 55 impianti nucleari del Giappone, di trasmettere i dati in tempo reale. La Russia è preoccupata, ha già  messo in allarme le sue difese contro le contaminazioni. Si studia la meteorologia. Ci sarà  vento nelle prossime ore. Le nubi radioattive dovrebbero spingersi verso est, verso il Pacifico, in mare aperto. La folla di vecchi e bambini, di donne e ragazze assiepati in questo bar ci osserva curiosa, smarrita. Hanno gli occhi pieni di terrore, i visi scavati. Si stringono gli uni agli altri. Si fanno coraggio. Alcuni piangono. In modo sommesso. Nessun panico, urla, grida disperate. C’è un dolore composto, discreto. Il Giappone vive il suo lutto in un silenzio che trasuda angoscia e orgoglio misurato: 210 mila persone sono state evacuate in un raggio di 60 chilometri. La forza di un popolo che si stringe attorno ad una tragedia improvvisa, inaspettata. La tecnologia più avanzata al mondo non ha retto alla forza dirompente della natura. La folla è incollata da ore davanti al piccolo schermo della tv. Scorrono le immagini dello Tsunami. Un film dell’orrore, riproposto in continuazione. Dall’alto degli elicotteri; dalle colline dove si era rifugiata la gente; dai tetti delle case travolte e spezzate. Un’onda alta dieci metri si abbatte su trecento chilometri di costa. Sommerge città  e villaggi, trascina muri, massi, alberi, auto, camion, barche e navi. Nel silenzio della sala si sente solo la voce del primo ministro Naoto Kan che ha sorvolato l’area per tutta la mattina con un elicottero. «La situazione è gravissima. Una piccola quantità  di radiazioni si è diffusa sul territorio. Ma tuteleremo la salute dei cittadini. Dobbiamo ricostruire il paese dando priorità  alla vita umana e lavorare sodo per aiutare chi oggi, domani e dopodomani si troverà  senza cibo». Nove persone di Futaba-Machi, città  a 5 chilometri dalla centrale di Fukushima 1, risultano contaminate. Facevano parte di un gruppo di 90 pazienti di un ospedale. Durante il terremoto di venerdì erano state evacuati e trasferiti all’aperto, su una collina. Aspettavano lo tsunami, erano stati portati in alto. Ma sono stati molto tempo all’aperto. Troppo. Sale l’angoscia. Il raggio di sicurezza passa da 10 a 20 chilometri, c’è allarme per l’atra centrale, la Fukushima Daini. Ma già  a 50 km non si passa. È tempo di tornare: troppo rischio, i controlli diventano scrupolosi, gli ordini tassativi. Il Giappone ha le sue regole e le sue tradizioni. Tecnici ed esperti si presentano decine di volte in tv. Informano la popolazione in tempo reale. Fino a notte fonda. Mostrano mappe e cartine. Spiegano, disegni alla mano, cosa è accaduto e cosa potrà  accadere. È il giorno dell’ansia e della paura. È in gioco il futuro del Giappone. Un futuro incerto, da cambiare e da ricostruire. Si dice tutto, non si nasconde più nulla. Anche l’ultima verità , quella liberatoria. «Il nocciolo è salvo», annuncia Yukio Edano, portavoce del governo. «Abbiamo lottato e vinto. Niente esplosione nucleare. La catastrofe è stata evitata. Per un soffio, ma è stata evitata».


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