Crocifisso, assolta l’Italia “Legittimo esporlo nelle aule”

ROMA – Il crocifisso può essere esposto nelle aule scolastiche. Non è una forma di indottrinamento. Non viola i diritti umani. Quindi non si tocca. La Grande Camera della Corte europea per i diritti dell’uomo ha emesso una sentenza che scrive la parola fine a un lungo duello giudiziario, ad una guerra fatta in nome dei principi tra una famiglia italiana che contestava la presenza del crocifisso nell’aula scolastica frequentata dai figli e lo Stato italiano che non voleva toglierlo. Una battaglia condotta da entrambe le parti con molta determinazione, di sentenza in sentenza, consapevoli che un’incertezza avrebbe minato in modo irreversibile una consuetudine radicata, un simbolo, un potere. Era il 2006 quando il procedimento arrivò a Strasburgo, era il ricorso con cui Sonia Lautsi, cittadina italiana nata finlandese, lamentò la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica frequentata dai figli: quella presenza era un’ingerenza incompatibile con la libertà  di pensiero e con il diritto ad un’educazione in sintonia con le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori. La prima sentenza della Corte nel 2009 diede ragione alla signora Lautsi, il governo italiano, a quel punto, decise il rinvio alla Grande Chambre della Corte, ritenendo la sentenza 2009 lesiva della libertà  religiosa individuale e collettiva come riconosciuta dallo Stato italiano. Ora è arrivata la sentenza d’appello definitiva, letta in un’aula molto affollata. I giudici hanno sottolineato che, mantenendo il crocifisso nelle aule, «le autorità  hanno agito nei limiti della discrezionalità  di cui dispone l’Italia». Il crocifisso non viene considerato dai giudici un elemento di «indottrinamento». «È stata scritta una pagina di storia, una vittoria per tutta l’Europa», hanno commentato i vescovi europei e con loro esulta tutto il fronte pro-crocefisso. Per il cardinale Angelo Bagnasco «questa sentenza è un passo importante perché afferma e rispetta anche il principio giuridico dei singoli Paesi». La Santa Sede ha espresso la sua «soddisfazione». E soddisfatti, anzi, euforici, gli esponenti del governo. «Si tratta di una grande vittoria per la difesa di un simbolo irrinunciabile della storia e dell’identità  culturale del nostro Paese», ha detto il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini. «Oggi – si legge in una nota del ministro degli Esteri, Franco Frattini – ha vinto il sentimento popolare dell’Europa». Per il ministro Angelino Alfano la sentenza «restituisce dignità  alle nostre solide e irrinunciabili radici cristiane». Entusiasta Borghezio europarlamentare della Lega Nord «una buona novella» dopo «la stucchevole retorica risorgimentale». Il partito democratico prende atto della sentenza e ricorda che «l’esposizione del crocefisso nelle scuole pubbliche non è legge dello Stato, ma risale ad una norma contenuta nei regi decreti del 1924 e 1928». Deluso il fronte degli sconfitti. «Il pronunciamento di Strasburgo mi delude molto», dice Massimo Albertin, il medico che otto anni fa aveva iniziato con la moglie la battaglia legale, «la prima sentenza su questa vicenda era clamorosamente chiara». Perplesso anche il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni: «Dire che il crocifisso è simbolo culturale è mancargli di rispetto. E non mi ci riconosco come simbolo culturale». In questa battaglia contro la signora Lautsi l’Italia non è stata sola, ma ha potuto contare non solo sui dieci Paesi che «ufficialmente» si sono presentati come parti terze davanti alla Corte, ma anche sul contributo di ong, di parlamentari europei e sul lavoro instancabile della Santa Sede.


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