Ancora lì, piazza del Popolo Per difendere la Costituzione

«Costituzione Day, l’Italia s’eÌ€ desta» eÌ€ il titolo della manifestazione che il 12 febbraio attraverseraÌ€ le strade della Capitale per difendere la Carta e tutti i suoi principi, a partire dall’equilibrio tra i poteri, la scuola pubblica, la libertaÌ€ di informazione. Grande corteo da piazza della Repubblica e traguardo a piazza del Popolo, la stessa che il 13 febbraio ha ospitato la grande manifestazione delle donne.
L’idea della manifestazione eÌ€ partita da Articolo 21, e via via si eÌ€ allargata di promotori e adesioni, dall’Anpi alla Tavola della Pace, il Popolo Viola, la Rete degli studenti medi e gli universitari dell’Udu, gli artisti del Movem (Movimento emergenza cultura), Libera informazione di Don Ciotti, e uno schieramento di forze politiche «mai visto prima, dai finiani a Rifondazione», spiega Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21. L’attacco di Berlusconi alla scuola pubblica ha aggiunto un’altra caratterizzazione forte alla manifestazione, che saraÌ€ quindi anche una trincea in difesa dell’istruzione statale e dei suoi protagonisti, insegnanti e studenti. Ma ormai non passa giorno che il premier non attacchi qualche pilastro fondamentale della Costituzione, ieri eÌ€ stata la volta del Quirinale e della Corte Costituzionale. «La nostra saraÌ€ una piazza a difesa delle istituzioni, dell’unitaÌ€ nazionale, dei diritti», spiega Giulietti. «C’eÌ€ una convinzione, una preoccupazione condivisa che si voglia superare l’ordinamento costituzionale. Nel mirino non ci sono piuÌ€ solo giudici e giornalisti, ma anche il Parlamento, il Quirinale, la scuola, il mondo del lavoro. Il premier si propone di oscurare tutto cioÌ€ che non eÌ€ riconducile a lui, ogni forma di controllo e garanzia. A rischio non sono solo alcuni poteri, ma i diritti di tutti i cittadini».
Hanno aderito i big del Pd, da Bersani a Franceschini e Bindi, Sinistra e libertaÌ€, Italia dei Valori, Federazione della Sinistra, parlamentari di centro come Bruno Tabacci ed esponenti di Fli come Fabio Granata, Flavia Perina e Filippo Rossi di Farefuturo. Ma non ci saranno politici sul palco. Ad aprire la manifestazione saraÌ€ una studentessa, tra gli ospiti attesi anche Roberto Vecchioni, cantautore ma anche insegnante per una vita, che ha giaÌ€ aderito all’appello de l’UnitaÌ€ a difesa della scuola. Molti i contatti in corso con artisti e intellettuali, da Roberto Benigni a Bernardo Bertolucci, Moni Ovadia, Monica Guerritore, Marco Paolini. Sul palco, spiegano Domenico Petrolo e Giorgio Santelli, del comitato promotore (www.adifesadellacostituzione.it) «anche altri “testimoni” dei diritti negati, di una Carta ancora non applicata nella sua interezza, a partire dai lavoratori precari». I promotori propongono di andare in piazza col Tricolore e una copia della Carta. Colonna sonora l’Inno di Mameli ma anche il Va Pensiero
«che non appartiene alla Lega ma alla storia del Risorgimento, dunque a tutti gli italiani», dice Santelli.
Previste altre manifestazioni satellite in altre cittaÌ€ italiane ed europee, come Milano, Torino, Firenze, Bari, Trieste, Catania, Palermo, Catanzaro, Lecce, Aosta. E poi Londra, Parigi, Berlino, Barcellona. Un replay in grande stile del 12 febbraio, dunque. Ma anche un ideale sequel delle piazze sindacali, degli studenti, contro il bavaglio alle intercettazioni. «EÌ€ una manifestazione senza padri», chiude Giulietti. «Abbiamo solo raccolto le domande di un vastissimo arcipelago».

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Con il fiocco rosa fai-da-te al posto delle mimose. Al grido «riprendiamoci l’8 marzo» il comitato Se non ora quando? rilancia la rivolta del 13 febbraio. Stavolta al centro: lavoro e diritto alla maternitaÌ€ per tutte.
di Mariagrazia Gerina

C’eÌ€ un ponte, ideale e concreto, tra la marea che il 13 febbraio ha invaso le piazze di tutta Italia e del mondo in difesa della dignitaÌ€ delle donne e il moto di rabbia che spinge a far ripartire il tam tam, a riconvocarsi di nuovo in piazza, il 12 marzo, per difendere, stavolta, la dignitaÌ€ della scuola pubblica. Quel gruppetto di donne apripista «non chiamatelo comitato centrale, per caritaÌ€» che ha dato il la alla rivolta del Se non ora quando lo spiega richiamando l’attenzione, alla vigilia dell’8 marzo, su un dato concretissimo. Che sono soprattutto le donne con la loro presenza «massiccia, in qualche caso totale» nella scuola pubblica di ogni ordine e grado, ad affrontare «con straordinario impegno e dedizione, percependo stipendi bassissimi… uno dei compiti piuÌ€ delicati e decisivi per la comunitaÌ€ nazionale: l’educazione e la formazione delle nuove generazioni». Per «noi che abbiamo rivendicato rispetto e dignitaÌ€ per le donne, tutte», l’«incredibile e stupefacente», aggressione verbale del presidente del consiglio alla scuola pubblica ha anche questo «particolare rilievo», spiegano le promotrici del 13 febbraio, che aderiscono all’appello de l’UnitaÌ€. E lanciano una sorta di gemellaggio con le piazze dell’8 marzo: «In tutte le iniziative non si potraÌ€ non esprimere solidarietaÌ€ alle insegnanti e agli insegnati della scuola pubblica italiana».
Non saraÌ€ un secondo 13 febbraio, non ci saraÌ€ un’altra prova di piazza, ma l’adesione senza precedenti a quel tam tam dal basso dice che questo saraÌ€ un 8 marzo diverso da tutti gli altri. «Incontriamoci fuori dagli asili, nei parchi, nei luoghi di lavoro, nelle unviersitaÌ€…», suggeriscono le organizzatrici del 13 febbraio, che in attesa di vedere come si autorganizzeraÌ€ la rete presidi, flash mob, cortei, assemblee (loro il presidio lo hanno fissato nella multietnica piazza Vittorio, a Roma, da cui partiranno i pulmini con altoparlante stile «eÌ€ arrivato l’arrotino…») lanciano come simbolo di questa nuova capillare mobilitazione un fiocco rosa fai-da-te, al posto delle solite mimose. Da appuntare al cappotto, da mettere sulla borsa o sulla macchina, da appendere ai semafori, ai pali, alle statue. A suggerire una specie di nuovo «risorgimento», guidato dalle donne. Al grido: «Rimettiamo al mondo l’Italia. Se non ora quando?».
Lavoro, interventi contro la precarietaÌ€, maternitaÌ€ come diritto di cittadinanza, indennitaÌ€ garantita a tutte e a carico della fiscalitaÌ€ generale, congedo di paternitaÌ€ obbligatorio, norme che impediscano il licenziamento “preventivo” delle donne. Il risorgimento rosa passa di qui, secondo le promotrici del Se non ora quando?, che suggeriscono di mettere questi temi al centro dell’8 marzo. Certo non ci sono solo loro. «Noi, collettivi femministi romani, organizzeremo una Street Parade da Porta Maggiore, per riprenderci la notte», si alza in piedi, Cinzia, 30  anni, di Donne Da Sud. «E non sono tanto d’accordo sul vostro appello, per noi 8 marzo eÌ€ anche informazione nelle scuole, aborto, Ru486, la retorica del fiocco rosa eÌ€ un po’ stucchevole».
Che il tentativo del comitato organizzatore di traghettare oltre il 13 febbraio la rivolta delle donne sia un work in progress eÌ€ fin troppo chiaro. PeroÌ€, rivendica la “futurista” Flavia Perina, eÌ€ questo il bello. Lo spirito movimentista non va imbrigliato, dice rinnovando l’appello al dialogo anche alle donne del Pdl che si riuniranno in assemblea il 5 marzo. «La manifestazione del 13 eÌ€ stata cosiÌ€ bella perché ogni donna l’ha presa nelle sue mani», dice la Sel Cecilia D’Elia. Poi verranno le assemblee. E magari anche gli Stati generali delle donne, come suggerisce qualcuna. «Non avete idea azzarda una militante di cosa ci sia fuori di qui, in questo paese».


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