Tra i contrabbandieri di uomini di Sfax imbarchi prenotati al telefono e liste d’attesa

SFAX – La strada per il sogno è un viottolo di sabbia rossa che si snoda fra le piante di salicornia, fino alle acque del golfo di Gabès. Fra gli stormi di fenicotteri e gabbiani si vede il blu. C’è già  un’auto ad aspettare: stasera, con tutta probabilità , un barchino traghetterà  verso un peschereccio il suo carico di esseri umani, i loro stracci, le loro illusioni. Siamo a Bayada, periferia sud di Sfax, sul litorale tunisino. Centotredici chilometri più avanti c’è l’avamposto dell’Europa, la costa di Lampedusa, la terra promessa per migliaia d’immigranti di mezza Africa. Fuggono dalla povertà , dall’incertezza, o magari da una vita senza prospettive eccitanti. «Voglio arrivare in Francia, sono un buon cantante di rap, posso fare fortuna a Parigi», dice al telefono Sami, 23 anni, in attesa della chiamata. È inserito in una vera e propria lista d’attesa, come l’amico Taher, che vuole raggiungere a Padova i cugini. Capitan Bahri alza orgoglioso l’agenda, mostra le pagine piene di numeri: «Mi chiamano tutti, vogliono andare dall’altra parte del mare, si affidano a me». E lui raccoglie la fiducia, ma anche i risparmi di chi sogna l’Europa: 2.000 dinari per i tunisini, circa 1.000 euro, e fino a 6.000 dollari per i disperati che chiamano da dentro i confini della Libia. È una somma enorme, in questa parte del mondo. Ma capitan Bahri alza le spalle. «I soldi si trovano». Lui è un ex pescatore riciclato nel contrabbando di persone. Ma non si limita a pilotare la barca: ha organizzato un sistema raffinatissimo che gli permette d’incassare senza eccessivi rischi. Grazie al passaparola, raccoglie un certo numero di adesioni, che di fatto corrispondono a “quote” della barca. Quando il numero degli aspiranti è sufficiente («Ne carico duecentocinquanta», dice Bahri), lui parte per Gabès, compra una barca da pesca fra gli 11 e i 20 metri, pagandola da 40 a 70mila dinari (35mila euro) ma non registra il passaggio di proprietà . Compie l’operazione con mezzi altamente tecnologici: Gps, meteo sul computer. Finito il trasporto, la barca scompare nelle acque del Mediterraneo. E il padrone originale, quello che l’ha venduta sottobanco a Bahri, ne denuncia il furto. E le misure promesse dal governo ad interim per fermare l’esodo? Il capitano sorride per l’ingenuità  della domanda. «Basta pagare. Un bakshish, una mazzetta per le guardie. Anche loro hanno famiglia». Nel porto di Sfax i militari della Guardia costiera non aprono bocca con la stampa, dall’esterno l’impressione è che anche loro aspettino ordini e, nel frattempo, tirino avanti senza eccessi di zelo. È vero che dopo le partenze da Zarzis, nel sud, il porto a poca distanza dal confine libico è controllato dalle forze armate, con blindati in ogni incrocio importante. Ma le coste tunisine sono estese, e l’attrazione dell’Europa è forte. A Gabès si aspetta la notte giusta per partenze in massa, si parla di diverse centinaia di persone in attesa negli alberghetti o in sistemazioni di fortuna. Ancora una volta è capitan Bahri a chiarire lo scenario: «Si parte da dove è possibile. Zarzis è pattugliata? Imbarchiamo la gente a Sousse, a Monastir, a Mahdia. Oppure a Djerba, a Cercina, dove proprio non c’è nessuna sorveglianza». La destinazione è l’Italia, non solo perché è vicina, non solo perché è la porta dell’Europa, ma perché, garantisce lo scafista, «gli italiani sono buoni».


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