Palazzo Chigi e l’onda degli immigrati “Un Paese impreparato all’emergenza”

ROMA – È la primavera del 2009. Allora come oggi il Canale di Sicilia è in pieno allarme immigrati. Affondano i barconi, Lampedusa è al collasso e la comunità  internazionale guarda con preoccupazione all’Italia di Bossi e Berlusconi, quella della linea dura contro i clandestini. Che nell’incapacità  di gestire la crisi mette in scena il grande bluff. Da un lato il Cavaliere e gli alleati leghisti montano una campagna mediatica contro gli immigrati, incolpati di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Dall’altro puntano il dito contro i migranti che arrivano via mare sulle coste dell’Italia meridionale. Ma è tutta una messa in scena – scrivono dall’ambasciata Usa di Roma al dipartimento di Stato di Washington – perché i boat people costituiscono una parte minima degli irregolari che arrivano in Italia, perché il tasso di criminalità  è in discesa e perché la sbandierata linea dura del governo Berlusconi fa acqua da tutte le parti. Dunque una messa in scena per nascondere una fragilità  del sistema che nei prossimi giorni – se l’atteso allarme immigrazione dovesse concretizzarsi – potrebbe drammaticamente venire a galla. E per giustificare quel Trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi tanto criticato anche per l’assenza di garanzie sui diritti umani nel capitolo immigrazione-respingimenti.
Due anni fa, mentre l’Italia vive un altro allarme immigrati, l’ambasciata di Via Veneto si mobilita. Contatta decine di funzionari ed esperti, batte la Penisola per farsi un’idea della situazione. Quindi compila un dossier di 30 pagine diviso in tre capitoli che si spinge al di là  degli slogan del governo Berlusconi. Viene classificato e spedito a Washington con un cablogramma poi ottenuto da WikiLeaks e che L’Espresso pubblica in esclusiva italiana, con l’anticipazione di Repubblica. L’autore del file segreto è il numero due dell’ambasciata Usa Elizabeth L. Dibble, la diplomatica che Berlusconi dopo le prime rivelazioni di WikiLeaks ha definito «una funzionaria di terzo grado» ma che in realtà  oggi è alla guida la sezione European and Eurasian Affairs del Dipartimento di Stato. Il passaggio chiave del suo cable parla chiaro: «Benché i funzionari del ministero degli Interni abbiano detto all’ambasciata di credere che vi sia una bassa minaccia terroristica legata all’immigrazione irregolare e benché le statistiche del governo rivelino un calo della criminalità  complessiva in tutte le principali città  italiane, il primo ministro Berlusconi, il ministro degli Interni Maroni, funzionari di alto grado e la stampa italiana (la maggioranza della quale è soggetta al controllo di Berlusconi) pubblicizzano di continuo in modo esagerato e fuorviante il rapporto tra criminalità , terrorismo e immigrazione irregolare». Un atteggiamento che spinge la diplomazia Usa a parlare di «una sensazione di pericolo» instillata nell’opinione pubblica che crea un allarme «xenofobia» tra la popolazione e per «i provvedimenti ispirati dalla Lega, come il censimento dei rom» e le altre norme anti-immigrati scritte dal governo di centrodestra.
Una campagna che gli Usa stigmatizzano. I dati che Dibble ottiene dai ministeri interessati dimostrano che «la drammatica piaga dei boat people nasconde il fatto che essi costituiscono meno del 15% degli arrivi complessivi dei migranti irregolari». Insomma, un numero consistente ma non in grado di giustificare gli allarmismi del governo, evidentemente preoccupato di nascondere altro. Ovvero che, scrive ancora la Dibble, «la maggior parte degli irregolari presenti in Italia arriva via terra, via aerea o via mare». Ma in nave, non sui barconi dei disperati. Il capo della Polizia di frontiera ha raccontato ai diplomatici a stelle e strisce che «il 57% degli immigrati che entrano in Italia con un visto si trattiene oltre la sua scadenza. La maggior parte arriva via terra dai confini del Nordest, ma anche via mare nei porti». Un altro alto funzionario della Polizia ha affermato «che la polizia alle frontiere conduce controlli solo sporadici e casuali su chi non arriva dall’Ue». Vengono da Marocco, Albania, Cina, Ucraina e Filippine. Entrano in Italia «con visti turistici» e poi «si trattengono oltre la loro scadenza incoraggiati dai permeabili confini italiana e dalle procedure di regolarizzazione dell’immigrazione clandestina più volte attuate». Insomma, è il sistema che andrebbe raddrizzato, ma per farlo ci vorrebbe una politica sull’immigrazione a trecentosessanta gradi.
E ci vorrebbero anche soldi e strutture adeguate. Benché si sia avviata una massiccia campagna di espulsione, testimonia la diplomazia Usa, «la maggior parte dei provvedimenti non è eseguita a causa di mancanza di risorse: l’Italia ha meno di tremila posti letto disponibili per la loro detenzione» e quindi i clandestini non possono essere controllati: «Su 70.645 immigrati illegali rintracciati, solamente 24.234 sono stati realmente rimpatriati», nota la diplomatica americana. C’è poi il problema degli immigrati che arrivano dai Paesi Ue dell’Europa dell’est, che sono in grado di spostarsi liberamente entro i confini dell’Unione. Insomma, riassume la Dibble con un giudizio che non lascia dubbi, «una energica attività  diplomatica, nuovi e più severi accordi bilaterali di rimpatrio con i paesi d’origine un periodo prolungato di detenzione degli immigrati irregolari e una rigida legge sulla sicurezza hanno fallito e non sono riusciti a fermare i flussi dell’immigrazione clandestina».
Allora come oggi, uno dei capri espiatori individuati dal governo di fronte al proprio fallimento diventa l’Unione europea. «Frustrate dall’incessante flusso dei migranti verso l’Italia e attraverso di essa, le autorità  del governo si sono lamentate in via riservata della complicità  della Libia nel traffico di rifugiati e per il mancato aiuto da parte dell’Ue per fare di più nell’aiutare i paesi dell’area meridionale. Hanno dunque organizzato un’aggressiva campagna diplomatica insieme agli altri stati coinvolti per ottenere la cooperazione necessaria». Ma il governo Berlusconi evidentemente non ha avuto il peso necessario per far accettare agli altri capi di Stato e di governo dell’Unione una ripartizione degli oneri e dei costi sui flussi migratori.


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