Mubarak si dimette. Egitto, fine di un’epoca

Pronto a farsi Faraone, fino al punto di voler cedere il trono al figlio. Non è andata così e oggi, 11 febbraio 2011, il popolo egiziano lo ha mandato via. Lo ha annunciato Omar Suleiman, vice presidente ed eminenza occulta del potere del regime, che consegna il potere ai militari. Una partita, questa, che dal 1952 si gioca tra le stanze dei generali.

Naguib, Nasser, Sadat e Mubarak. Ruota tutto attorno a questi quattro militari la storia dell’Egitto repubblicano. L’esercito, amato dal popolo, si è posto a garante dell’ordine costituito. Ha tentato di trovare una via di uscita dignitosa per Mubarak, uno di loro, comunque. Non è stato possibile e, per ora, il ritiro a Sharm el Sheik è probabilmente una via di mezzo tra la fuga all’estero (che la riunione fiume di ieri ha tentato di scongiurare) e un crepuscolo tranquillo, senza processi o espropri economici.

Tutto questo, per ora, è prematuro. L’esercito è una garanzia, per gli Usa, per Israele, per l’Ue e per il popolo. Forse la soluzione migliore per tutti. Ma temporanea, ovviamente. Potrebbero gestire la transizione fino a settembre, se venisse confermata quella come data delle presidenziali. Di sicuro, magari già  stanotte, pretenderanno lo sgombero di piazza Tahrir e il ritorno alla normalità  della vita politica egiziana.

L’attesa di ieri, con il rinvio di quello che pareva già  scontato, è stato un tentativo estremo di Mubarak e dei suoi di avere garanzie sulla loro incolumità  personale e sulla loro impunità . Non è dato sapere, per ora, se queste garanzie siano state concesse, ma di sicuro la credibilità  dell’esercito passa adesso anche dall’idea che va rimosso lo stato di emergenza.

La gente di piazza Tahrir, in attesa degli sviluppi, festeggia. Un pianto liberatorio, che ha unito in questi giorni islamisti e laici, giovani e vecchi, nasseriani e Fratelli Musulmani, musulmani e copti. Adesso l’obiettivo ‘minimo’, seppur enorme nella storia, è raggiunto. Mubarak se ne va, senza quella tempistica che gli avrebbe – poco in realtà  – salvato la faccia. La piazza ha vinto, senza concedere l’onore delle armi all’odiato nemico. Ora si inizia a scrivere il futuro, che potrebbe essere la parte più difficile.


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