L’ultimo assedio a Mubarak l’Egitto torna in piazza l’esercito: “Protesta legittima”

IL CAIRO – Mubarak è all’angolo, ma non getta ancora la spugna. Mentre la piazza si prepara ad assestargli il colpo del ko attraverso lo sciopero generale, il raìs prova a blindare la città , a impedire con ogni mezzo che domani, oggi per chi legge, milioni di uomini e donne, come annunciano le opposizioni, marcino compatti verso i palazzi del potere. “L’ultimo assalto”, il nome in codice dell’operazione Nuovo Egitto. La rivolta ha forse trovato un leader e il popolo si è finalmente convinto di potercela fare. Ma c’è ancora l’ultimo, più difficile tratto di strada da compiere.
Ecco perché il giorno dopo la prima, trionfale uscita pubblica di Mohamed el Baradei, il regime si arrocca dietro un invalicabile muro di soldati e mezzi corazzati. Gli elicotteri continuano insistentemente a ronzare nel cielo del Cairo. Il raìs evidentemente sente vicina la fine. E come un animale ferito mostra gli artigli. Basta mettere il naso fuori dall’albergo per accorgersi che la Corniche si è trasformata in un’enorme caserma a cielo aperto. C’è un militare ogni dieci metri, decine di carri armati e blindo e la sede stradale è ostruita da barriere di cemento. Camminare è uno slalom, dove ad ogni porta c’è qualcuno che ti perquisisce. Ma piazza Tahrir, il luogo simbolo di questa rivolta, che dalla Corniche dista solo poche centinaia di metri, continua a essere raggiungibile e soprattutto piena come non mai di gente, nonostante il governo abbia anticipato alle 15 l’inizio del coprifuoco. «Non ce ne andremo da qui fino a quando lui non avrà  fatto le valigie», l’hanno promesso subito dopo averla riconquistata col sangue e ora non l’abbandonano nemmeno di notte. Non li fermerà  nemmeno il blocco annunciato come misura antisciopero di treni e metropolitana.
Un pupazzo di cartone raffigurante un Mubarak impiccato pende al palo di un semaforo all’ingresso della piazza. Il popolo ha già  emesso la propria inappellabile sentenza. Mancherà  pure un vera e propria organizzazione, ma la protesta va ugualmente avanti col metodo fai-da-te. Comizi improvvisati, slogan contro il regime scritti col pennarello su cartoncini bristol. Certo si parla anche di governo di unità  nazionale, si fanno nomi di persone pulite, non compromesse cioè con la nomenklatura, ma il motivo ricorrente di ogni discorso, di ogni invettiva, in questo come negli altri sei giorni della protesta, resta uno solo: il presidente. Deve andarsene. Il suo tempo è finito. Ma lui pare l’unico a non averlo ancora capito. L’hanno scaricato perfino gli americani. Ma lui continua a parlare di complotti, di infiltrati, di riforme che verranno, di dialogo con l’opposizione. Allontana dagli Interni Habib el Hadli, responsabile della sanguinosa repressione delle proteste dei giorni scorsi, e nomina nuovi ministri a capo di vari dicasteri, tra cui Finanze e Giustizia, però non sono che vecchi generali, tra i meno compromessi, ma troppo avanti con gli anni per poter essere in sintonia con la domanda di nuovo che sale dal basso.
Nel tentativo di fermare l’onda anomala che lo sta travolgendo, il vecchio raìs ha giocato la carta dei militari dopo che la sua polizia aveva fatto sfracelli. Ma anche l’esercito sembra ormai aver preso le distanze da lui. Alla vigilia dello sciopero, con la tensione che sale di ora in ora, con centinaia di migliaia di persone presumibilmente in strada, le forze armate in un comunicato diffuso ieri a tarda sera dalla agenzie di stampa hanno fatto sapere che mai spareranno sulla gente. «Grande popolo d’Egitto, le vostre forze armate – hanno scritto – riconoscono la legittimità  dei vostri diritti. Ecco perché non abbiamo fatto né faremo ricorso all’uso della forza contro il nostro popolo». Più espliciti di così.
Internet continua a essere inaccessibile, i telefoni a funzionare a singhiozzo, mentre il paese è sull’orlo del collasso economico. Le banche sono chiuse da giorni come la Borsa, che nelle ultime due sedute ha già  perso oltre il 16 per cento. I turisti stanno fuggendo, i negozi, quelli che non sono stati saccheggiati, tengono abbassate le saracinesche. E in tutto questo non circola quasi più moneta e comincia a scarseggiare il cibo. E i prezzi anche degli ortaggi stanno salendo alle stelle. Ieri per un chilo di pomodori che costava due piastre, la gente se n’è sentita chiedere dieci. Se la situazione non si normalizza nel giro di 48, 72 ore, la fame farà  più della collera.
Ha perso una grande occasione Mubarak per una dignitosa uscita di scena. Ma ormai il tempo è scaduto. E oggi dovrà  fare i conti con la rabbia di tutto un popolo. L’esercito ha assicurato che non userà  la forza se non per difendere le istituzioni, ma il rischio che qualche agitatore possa sparare nel mucchio, come è già  d’altra parte successo, è molto più che un’ipotesi. E forse arriva in colpevole ritardo anche la disponibilità , espressa che era quasi notte, del neo vicepresidente egiziano, Omar Suleiman, ad avviare il dialogo con tutte le forze di opposizione.


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