In fuga dalla guerra

Scappano dalla Libia, a migliaia. Non solo gli occidentali, circa 10mila, rimpatriati con navi e aerei, ma anche cittadini libici e semplici lavoratori di altri Stati arabi che provano a lasciare un paese fuori controllo, dove si susseguono le notizie su massacri e su un bilancio di morti in continuo aumento. La televisione satellitare Al Arabiya, ieri parlava di 10mila e a 50 mila i feriti. Un medico francese, Gerard Buffet, che si trovava a Bengasi, ha parlato di 2 mila uccisi soltanto in quella zona. In un video sul sito del quotidiano britannico The Telegraph si vedono alcune fosse comuni pronte a Tripoli, scavate nella sabbia.
Ma è difficile trovare i riscontri necessari in un paese isolato, con comunicazioni telefoniche intermittenti, dove è bandita la stampa internazionale e sono stati dichiarati «fuorilegge» tutti i giornalisti stranieri entrati dalla frontiera con l’Egitto. Il bagno di sangue però non è in dubbio, lo conferma indirettamente proprio il fiume umano che lascia il paese. Secondo la Croce Rossa almeno 5.700 persone si sono ammassate nelle ultime ore alla frontiera con la Tunisia, altre 20 mila, riferiscono fonti diverse, avrebbero già  passato quella con l’Egitto.
I racconti di chi scappa riferiscono di uccisioni, bombardamenti, stragi compiute dai mercenari al servizio del regime di Muammar Gheddafi ma anche di Bengasi «liberata» in festa e della Libia orientale quasi tutta nelle mani dei rivoltosi. Chi fugge deve superare non pochi posti di blocco, del governo ma anche degli insorti. Paul Danahar, un giornalista della Bbc, ha riferito che due sfollati gli hanno raccontato che al momento dei controlli i militari rimasti fedeli a Gheddafi confiscano telefoni cellulari e computer che hanno in memoria le immagini degli scontri e delle uccisioni. Ma sono tanti anche i soldati e gli ufficiali che disertano o non rispettano l’ordine di colpire i rivoltosi definiti l’altra sera dal colonnello «cani drogati». Un’emorragia di diserzioni dissangua l’Esercito, considerato appena qualche giorno fa un pilastro del regime.
Secondo il New York Times, Gheddafi ieri avrebbe ordinato all’equipaggio di tre imbarcazioni militari di dirigersi verso il porto di Bengasi e di attaccarlo ma, aggiunge il giornale, «l’equipaggio è diviso sul da farsi». Due piloti militari avrebbero preferito lanciarsi con il paracadute e far precipitare il loro aereo piuttosto che bombardare i dimostranti anti-regime. Tanti soldati starebbero abbandonando le armi per unirsi agli insorti che controllano tutta la zona costiera che va dalla frontiera egiziana fino ad Adjabiya, passando per Tobruk e Bengasi, Misurata, Zawia, Zentan e altre città . Da Baida, teatro di alcuni degli scontri più violenti, invece giungono notizie di miliziani fedeli a Gheddafi sommariamente giustiziati dagli oppositori del regime.
Da Tripoli arrivavano ieri racconti diversi. La giornata, secondo le testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa, sarebbe trascorsa in maniera tranquilla. Gli uomini del governo hanno cancellato dalle strade i segni delle manifestazioni e hanno invitato gli ambasciatori a visitare la Piazza Verde per dimostrare «che non è accaduto nulla di importante». Ma gli abitanti hanno paura, temono che Tripoli diventerà  il campo dell’ultima battaglia, quella che Gheddafi potrebbe combattere senza esclusione di colpi. Del colonnello si sa poco. Martedì sera ha parlato per ore incitando a colpire con violenza gli oppositori. Ieri è rimasto in silenzio, rinchiuso nella sua caserma. Si dice che abbia sotto controllo solo qualche migliaia di milizie e le brigate dei figli, scarse di uomini ma dotate di armi molto sofisticate. Ci sono anche i mercenari che, dicono gli intervistati, farebbero la loro apparizione nelle strade dopo le cinque del pomeriggio seminando il terrore. Restano nel frattempo contrastanti le versioni sui bombardamenti aerei ordinati nei giorni scorsi da Gheddafi contro i manifestanti e contro la stessa capitale. Molte testimonianze li confermano, altre no. «Non posso confermare che ci siano stati bombardamenti o azioni di questo genere a Tripoli», ha detto l’ambasciatore italiano, Vincenzo Schioppa, ai microfoni di Skytg24.
Tentano di lasciare il paese anche i parenti del leader libico. Ieri si è saputo che c’era anche Aisha Gheddafi, figlia del colonnello, tra le 14 persone su un Atr42 libico cui è stato impedito di atterrare a Malta (è dovuto tornare indietro per fare rifornimento prima di decollare di nuovo, pare, verso Cipro). In Libano poco prima era stata negata l’autorizzazione all’atterraggio di un aereo privato, su cui si trovava la moglie di origine libanese del quintogenito di Gheddafi, Hannibal, e altri suoi familiari. È mistero sulla sorte dei figli del leader libico meno coinvolti in politica. E non si sa molto anche di quelli più in vista, Saad e Saif al-Islam. Il primo la scorsa settimana aveva tentato di presentarsi come «governatore» a Bengasi, ritrovandosi però assediato in albergo dai rivoltosi. Ora non si sa che fine abbia fatto. Saif invece sarebbe accanto al padre, pronto, si dice, a favorire l’apertura di un dialogo con le opposizioni per la costruzione di una Libia che si annuncia molto diversa da quella attuale.
E il regime si affanna a spiegarlo con tinte scure ai governi europei responsabili di aver abbandonato il colonnello, dopo averlo corteggiato per garantirsi lo sfruttamento delle immense risorse energetiche libiche e fermare i flussi migratori. Al Qaeda ha instaurato un emirato islamico a Derna, nell’est della Libia, avvertiva ieri il vice ministro degli esteri, Khaled Kaim, durante una riunione con gli ambasciatori dell’Ue. «Questo emirato è diretto da Abdel karim al-Hasadi, un ex detenuto di Guantanamo», ha detto Kaim, arrivando a sostenere che al Qaeda pensa a uno scenario «alla talebana» per la Libia. Al-Hasadi avrebbe un alleato a Baida. «Al momento, dispongono di una radio e cominciano a imporre il Burqa», ha aggiunto il vice ministro.


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