Egitto. La guerra per il controllo delle strade

Già  la notte stessa del discorso del rais – il 2 febbraio -l’atmosfera serena e cordiale che si respirava nelle strade e negli stretti vicoli della zona durante le ore diurne così come durante il coprifuoco aveva lasciato il posto alla preoccupazione e al nervosismo a causa dell’arrivo notizie riguardanti ancora imprecisati raduni organizzati da sostenitori del regime.
Ventiquattro ore dopo ogni timore troverà  conferma nel tragico svolgimento dei fatti. Nello stesso momento in cui a Midan Tahrir, manifestanti inermi, venivano attaccati brutalmente di fronte agli occhi inermi e indifferenti dei militari ( i quali per tutto il giorno avevano permesso l’entrata alla piazza anche dei sostenitori del rais) nellestrade dei quartieri limitrofi si consumava un altro dramma. La “milizia del popolo” costituita nei giorni Il 25 gennaio a protezione delle abitazione e delle strade del quartiere veniva scacciata a colpi di bastone, coltelli, arma da fuoco e molti dei Suoi componenti catturati e deportati. La gente comune, i padri di famiglia, i proprietari degli esercizi commerciali e soprattutto i giovani ed entusiasti rivoluzionari che organizzavano le strade e i vicoli, finanche nella raccolta della spazzatura, ricercati e scacciati dalle vie.
Il tutto in una sola notte – quella del 3 gennaio – e ad opera di bande di sconosciuti, che la televisione di stato fa presto a definire «pro-Mubarak», quando in realtà  si tratta di baltagheyya, termine arabo difficilmente traducibile indicante i «bravi» di manzoniana memoria.
Nello specifico, piccoli gruppi che racchiudono al loro interno membri dei servizi segreti (amn al-dawla) e della polizia, aderenti al Pnd, mercenari, balordi e delinquenti senza scrupoli, persino qualche adolescente, provenienti da chissà  dove e armati di coltelli da macellaio, bastoni e pistole.
Le strade di Abden, di Sayyeda Zeynab, la trafficatissima shari’a Port Said, e poi a destra fino alla monumentale moschea di Ibn Tulun – ma anche in altri quartieri popolari come Shubra- passano così nelle mani di questi rabbiosi personaggi che presidiano decine di posti di blocco in cui perquisiscono, minacciano, derubano, nella più completa autonomia e con il preciso intento di diffondere il caos e la paura.
Una situazione che l’esercito, la cui presenza in queste strade non si può dire che sia mai stata numerosa, ha difficoltà  a gestire e a controllare e che – nei fatti- corrisponde a una delega della gestione delle principali arterie periferiche della città  e dei suoi vicoli.
Un sistema di controllo «a tappeto» di cui sono vittima non solo gli stranieri e i giornalisti, colpevoli di essere testimoni indesiderati della crudeltà  del regime e la cui «caccia» viene costantemente aizzata dalla televisione e dal sistema di informazione alla ricerca di capri espiatori, quanto soprattutto tutti quegli egiziani – e le loro famiglie- che hanno preso parte, attivamente o meno, al sogno rivoluzionario.
* dottorando de “La Sapienza” facoltà  di “studi orientali”.


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