Call center in Sud America e Africa così perdiamo 4.000 posti di lavoro

ROMA – Sono albanesi, romeni, argentini, spesso parlano un italiano perfetto, a volte hanno anche una laurea specialistica. Sono i circa 2700 lavoratori dei call center che lavorano per le aziende italiane, si trovano in prevalenza nell’Est europeo, ma anche in Sudamerica e in Tunisia, ed entro la fine del 2011, assicura il sindacato Slc-Cgil, diventeranno almeno 4000. Il perché è immediato: «Il costo complessivo orario lordo per un lavoratore italiano è di 17 euro. Per un albanese o un romeno varia dai 3 ai 4 euro e mezzo», spiega Alessandro Genovesi, segretario nazionale Slc-Cgil. Le delocalizzazioni non sono però altrettanto convenienti per i lavoratori italiani: «Per risparmiare poco o nulla, non più di 15-20 milioni di euro nel 2010, si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro», denuncia Genovesi. Per gli utenti ci sono due ordini di problemi: uno è legato alla lingua, non sempre l’italiano è ben padroneggiato dagli operatori stranieri. L’altro è legato alla tutela della privacy, non sempre adeguatamente tutelata dalla legislazione degli altri Paesi. Il Garante per la protezione dei dati personali ha aperto infatti un’indagine, già  in dirittura d’arrivo. L’Slc-Cgil chiede al governo di fissare una moratoria per le delocalizzazioni: «Non è innovazione Alitalia che manda il lavoro in Albania mentre a Taranto e a Roma vi sono centinaia di lavoratori in solidarietà », dice Genovesi. Il sindacato ha anche condotto un’inchiesta per individuare le aziende che fanno l’uso più massiccio della delocalizzazione, avvalendosi delle testimonianze dei formatori che hanno svolto corsi all’estero su richiesta di società  italiane, delle segnalazioni degli stessi operatori dei call center e delle informazioni fornite dai sindacati stranieri. Le aziende sono Wind, H3G, BT Italia, Vodafone/Tele2, Telecom, Fastweb, Sky, Alitalia ed Enel. Aziende che però, nella stragrande maggioranza dei casi, non ci stanno a passare da ‘delocalizzatrici’. L’unica ammissione diretta viene da H3G, che spiega di utilizzare in outsourcing circa 220 operatori di call center assunti a tempo indeterminato in Argentina e 80 tra Romania e Tunisia, nei casi in cui diventa troppo oneroso utilizzare il personale italiano. Wind sostiene di utilizzare lavoratori di un partner romeno solo per i clienti romeni. Telecom ha un call center interno, e dichiara di esternalizzare il servizio solo in misura residuale, e di non sapere se in questi casi a operare siano lavoratori di Paesi stranieri. Fastweb ed Enel assicurano di stipulare contratti di fornitura nei quali si specifica che i call center opereranno in Italia. Bt ha un call center esternalizzato a Palermo, che lavora anche con operatori dall’estero, ma, ribadisce, non per Bt. Alitalia ha un call center interno con operatori italiani, e utilizza in outsourcing Almaviva, che ha una società  in Tunisia, e Teleperformance, che ha delocalizzato in Albania. Teleperformance lavora anche per Sky, nei casi in cui occorra rafforzare il call center interno. Vodafone ammette di utilizzare società  che operano dall’estero, ma si tratta di «attività  marginali poco rilevanti». Genovese non si stupisce di smentite e precisazioni: «Visto che a delocalizzare sono esclusivamente le società  che svolgono servizi in outsourcing, gli operatori italiani possono sempre dire che ne sanno poco o nulla, o che si tratta di attività  estremamente marginali. Noi proponiamo invece di investire sulla professionalità  dei lavoratori italiani, per dare al Paese un futuro diverso».


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