Attenti all’uso politico della crisi maghrebina

Le armi che stanno uccidendo i libici sono in buona parte prodotte in Italia. Dopo l’infame trattato di “amicizia” tra Italia e Gheddafi (votato a suo tempo anche dal Pd), le esportazioni di armi italiane in Libia hanno toccato più di 200 milioni di Euro e, grazie a Finmeccanica, Agusta, Alenia ecc., si collocano al terzo posto in Europa: elicotteri, motovedette, sistemi missilistici, per non parlare di armi leggere e tutto il resto dell’armamentario di morte. E questo spiega a sufficienza, insieme al petrolio, al gas, all’edilizia ecc, le grottesche affermazioni di Berlusconi sull’amico Gheddafi (da «non disturbare») e le dichiarazioni cerchiobottiste di Frattini, il ministro degli esteri più surreale che si conosca al mondo. Ma spiega anche l’eterno realismo politico del Pd e la sua malcelata volontà , al di là  delle polemiche strumentali, di partecipare alla gestione dell’emergenza.
I dittatori del Maghreb sono stati vezzeggiati costantemente dai nostri governanti di centrosinistra e centrodestra. E se Berlusconi ha raggiunto vertici inarrivabili con Gheddafi (baciamano e altre sconcezze), è anche vero che gran parte del ceto politico italiano, chi più chi meno, ha la coda di paglia in tema di Libia. Armi in cambio di quattrini, gas e petrolio in cambio del contenimento dei migranti (oil for people, si potrebbe dire), condiscendenza in cambio di commesse industriali e soprattutto del ruolo di gendarmi giocato da Ben Alì, Gheddafi e soci nel mondo arabo.
Tutte queste alleanze, gestite nello stile opportunistico e doppiogiochista tipico della politica estera italiana, sono saltate. La rivoluzione democratica nel Maghreb e nel vicino oriente spalanca una dimensione delle relazioni internazionali imprevedibile e troppo grande per Papi, Frattini, Bossi e Maroni, gente capace di tutto per mantenersi al potere. Ansiosi di non dispiacere a Gheddafi ieri e di allinearsi oggi alle pressioni americane ed europee davanti alle stragi di Tripoli. Ed ecco le sparate sul fondamentalismo, l’evocazione di Al Quaeda, ma anche l’invocazione di mamma Europa e il solerte arrivo di Frontex , l’agenzia europea sulle nostre coste.
In tutto ciò appare un pericolo enorme. E cioè che, date per perse le fruttuose relazioni con Gheddafi, dittatore agli sgoccioli, il governo italiano sfrutti la crisi libica per un’altra emergenza maiuscola, utilissima a fini interni di consenso, ma anche esterni di sostegno economico da parte di un’Europa impaurita per gli sconvolgimenti che minaccerebbero i suoi confini meridionali. Da dove saltano fuori le cifre di 300.000 clandestini o profughi pronti a invaderci? Per non parlare del milione e mezzo evocato da qualcun altro in vena di fantasie “bibliche”? Non è tutto questo un modo preventivo di lavarsi le mani per ciò che sta accadendo dall’altra parte del mare e, al tempo stesso, assicurarsi un ulteriore consenso tra i connazionali, padani o no che siano? E che significa affidare alle forze armate, e cioè a La Russa, il controllo e l’organizzazione di eventuali centri di internamento per i profughi?
In momenti storici come questo, di fronte a gente che sfida le mitragliatrici e le bombe in nome della libertà , l’imperativo è la solidarietà  incondizionata con i popoli. E quindi, per cominciare, il taglio delle relazioni diplomatiche con il regime del massacratore di Tripoli e la denuncia dell’ignobile trattato di amicizia tra Italia e Libia. E poi l’accoglienza di chi fugge dalla guerra e dalla carestia. Tutto il resto, a partire dalle paure evocate ad arte per finire con i traffici a rischio, non è che miseria della politica italiana.


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