Vendola, l’alleato messo in freezer. Insieme alle primarie

TORINO. L’alleanza con Nichi Vendola diventa una variabile dipendente dagli eventi. Al Lingotto, al battesimo ufficiale dell’area Modem, le differenze fra i leader democratici sono tante. Ma su una cosa sono tutti d’accordo, almeno per oggi: il patto di consultazione con il leader di Sinistra e libertà , che pure era stato stretto dal segretario Bersani in un pranzo a Roma non più là  dell’ottobre scorso, al momento è congelato. Insieme alle primarie, che infatti erano il core business di quell’accordo.
Il fatto è che se la situazione dovesse precipitare, e il Pd dovesse vincere quello che considera un terno al lotto, e cioè l’alleanza con il terzo polo, le primarie sarebbero improponibili. L’ipotesi è di quelle dell’irrealtà . Ma fra i democratici va per la maggiore. A patto di rimuovere anche il fatto che del terzo polo fa parte il Fli di Fini, un alleato indigeribile al popolo democratico, pur dotato di stomaco forte.
All’idea di aprire le porte del Pd a Vendola, così come proposto da Goffredo Bettini e Nicola Latorre, i veltroniani proprio non ci stanno, almeno in questi termini. Senza bilanciamenti, è il ragionamento, il rischio è che il partito si sposti a sinistra e rinunci a quella «vocazione maggioritaria» che secondo i sondaggi farebbe del Pd, una forza data al 24 per cento, un partito attrattivo potenzialmente del 42 per cento dell’elettorato.
Fatto sta che Walter Veltroni, fin qui gran sostenitore delle primarie, ieri non le ha mai nominate. Quanto a Vendola, «il mio amico Vendola» (e c’è da stare in guardia a ogni frase che abbia un incipit del genere), «la sua sfida va seguita non con ostilità  e paura ma con rispetto e interesse. Lo dico come si fa tra chi vuole sinceramente andare verso un incontro». Però c’è un però, una condizione: «Che si costruisca questo incontro per rispondere davvero a un bisogno di stabilità  e cambiamento. Ogni riedizione dell’Unione sarebbe un suicidio politico».
Il macigno fra il Pd e Sel, secondo Veltroni, è un nodo politico che in effetti è ineludibile: la questione operaia, per dirla «dentro il ‘900». Una linea di demarcazione che però attraversa in primis il Pd al suo interno. «Non mi ha convinto la definizione della proposta di Marchionne, poi approvata dalla maggioranza dei lavoratori, addirittura come una delle pagine più nere della democrazia italiana. E aggiungo che non è definendolo, con una scivolata retorica, un ‘eroe alla pari di Falcone che si rende giustizia a una vittima come Carlo Giuliani».
Nella replica il segretario Bersani pattina sul tema. Rivendica «l’ineludibilità » del Pd per l’alternativa a Berlusconi, ma sulle alleanze si tiene sulle generali. Del resto la sera prima, in tv, intervistato da Daria Bignardi, al presidente pugliese aveva già  dato una ridimensionata cattivella: «Vendola non è l’Obama bianco, ma il Garcia Lorca con un linguaggio immaginifico e a volte barocco che piace. Io propongo un altro linguaggio perché al prossimo giro penso che sia da offrire al Paese qualcuno/qualcosa di cui fidarsi e non qualcuno/qualcosa da cui essere incantato».
Ci vanno giù pesanti invece Paolo Gentiloni e Beppe Fioroni: il primo rivendica le primarie («non uno strumento cervellotico ma una risposta al populismo»), ma poi invita il Pd a stare alla larga dai «conservatori di sinistra». Stessa musica l’altro: «Dobbiamo avere un progetto credibile e chiaro, essere un partito che dice quello che pensa e che fa quello che dice. Solo così gli italiani ci capiranno. Per questo non dobbiamo allearci con chi guarda solo indietro, con chi ci considera avversari tutto l’anno tranne il giorno delle elezioni perché ci ritiene l’autobus con cui tornare in parlamento».


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