Tra fuoco amico ed «errori», la mattanza israeliana non si ferma

L’altra sera un sottufficiale israeliano è rimasto ucciso e cinque soldati feriti da «fuoco amico» a margine di uno scontro con un gruppo di combattenti palestinesi lungo il «territorio interdetto» proclamato da Israele all’interno di Gaza. Resta ancora ignota l’identità  e l’affiliazione politica dei due uomini uccisi nei giorni scorsi dai soldati nella stessa zona. Nessuno ha reclamato la restituzione dei corpi e si fa strada l’ipotesi che i due fossero «stranieri» entrati, forse, dai tunnel sotterranei tra la Striscia e l’Egitto.
A Gaza non si fanno illusioni. Sono in molti a prevedere che Israele lancerà  presto una nuova offensiva militare, anche se non delle stesse proporzioni di «Piombo fuso» (dicembre 2008-gennaio 2009, 1.400 palestinesi uccisi). La tensione è forte anche in Cisgiordania dopo gli «errori» a ripetizione commessi dall’esercito israeliano costati la vita ad almeno due palestinesi. Ieri un giovane, Khaldun Samudi, di 24 anni, è stato ucciso dai soldati israeliani al posto di blocco all’ingresso di Nablus. Il palestinese, dicono gli israeliani, sarebbe sceso da un taxi e si sarebbe messo a correre urlando «Dio è grande» e brandendo una bomba a mano, quindi costringendoli ad aprire il fuoco.
Un resoconto simile a quello di domenica scorsa quando un altro palestinese, il 20enne Mohammed Dragma, era stato ucciso «per errore» dai soldati allo stesso posto di blocco. Dragma stava avanzando verso i soldati con un oggetto che era stato scambiato per un coltello ma in realtà  si trattava soltanto di una bottiglia. Senza dimenticare che una settimana fa a Bilin, una donna di 36 anni, Juwaher Abu Rahma, era morta a causa dei gas lacrimogeni lanciati dai soldati per disperdere la marcia contro il Muro (l’esercito afferma che il suo decesso è stato dovuto a cause diverse).
Un altro «errore» è stato commesso venerdì dagli uomini di un’unità  speciale israeliana a Hebron (Cisgiordania). Omar Qawasmeh, 66 anni, è stato ucciso nel proprio letto dai commando penetrati nella sua abitazione per arrestare un attivista di Hamas. I militari sono saliti al piano superiore della casa alla ricerca di Wael Bitar, che invece si trovava al piano di sotto. I familiari non hanno udito alcun colpo ma quando hanno raggiunto la stanza da letto, Qawasmeh giaceva in un bagno di sangue.
L’esercito israeliano ha espresso «rammarico» per l’accaduto e comunicato che «i soldati hanno sparato perché si sono sentiti minacciati». Da cosa non è però chiaro dato che nella stanza c’era solo un uomo che dormiva nel suo letto. All’origine dell’episodio c’è la decisione dell’Anp di rilasciare sei detenuti di Hamas che da 40 giorni osservavano uno sciopero della fame proclamandosi innocenti dall’accusa di aver ucciso quattro coloni israeliani a fine agosto. L’esercito dello Stato ebraico giovedì notte ne ha catturati cinque. L’accaduto ha sconvolto la popolazione di Hebron e alle esequie di al-Qawasmeh hanno partecipato uniti, spalla a spalla, i dirigenti locali di Fatah (il partito di Abu Mazen) e di Hamas.


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