Tirana, rivolta contro il governo scontri con la polizia: tre morti

TIRANA – Restano tracce di sangue sull’asfalto a pochi metri dalla sede del governo. La folla, almeno ventimila persone, si è dispersa. Qualcuno è rimasto nelle vicinanze, tra la serie di viottoli che disegnano come una ragnatela i quartieri attorno alla piazza principale di Tirana, ma tutti hanno sentito distintamente l’eco degli spari di armi da fuoco. E molti hanno visto quei proiettili uccidere tre manifestanti.
«La polizia ha puntato alla testa, ha sparato per uccidere» ci racconterà  più tardi Ened Janina, reporter del quotidiano Shekulli. Smentirà , invece, con forza il premier Sali Berisha: «Le vittime sono state colpite da un’arma che non era in dotazione della polizia». Le notizie resteranno confuse, e così la dinamica di quello che è avvenuto.
La cronaca ufficiale racconta di una manifestazione di piazza indetta dal Partito socialista, all’opposizione, contro il governo di Berisha. Almeno ventimila persone rispondono all’appello e ieri pomeriggio, verso le 14, si radunano nella piazza principale di Tirana. Il palazzo del governo, a poche centinaia di metri, è difeso da 400 poliziotti in tenuta antisomossa e da numerosi mezzi blindati. La folla dei manifestanti non ha intenzione di assaltare la sede governativa ma si avvicina lanciando slogan che invitano alle dimissioni. Volano alcune pietre e bottiglie verso gli agenti che reagiscono con un fitto lancio di lacrimogeni. Gli scontri degenerano in guerriglia: altri lanci di pietre, pezzi di ferro, di cemento e mattoni. Entrano in azione i blindati, muniti di idranti sulle torrette che sparano forti getti di acqua per disperdere la gente. Sette agenti e oltre venti manifestanti restano feriti. Poi, i primi colpi di arma da fuoco. Colpi secchi. Tre persone restano a terra. Uccisi da distanza ravvicinata.
La tensione è alle stelle. Solo l’intervento del sindaco di Tirana, Edi Rama, leader dell’opposizione, riesce a contenere una reazione ancora più violenta. Invita alla calma la folla, anche se per l’ennesima volta invoca le dimissioni del governo accusato di corruzione. C’è un video che immortala il vicepremier e ministro dell’Economia Igir Meta, leader del Csi (Movimento socialista per l’integrazione), mentre impone il nome di una società  amica per l’assegnazione di un appalto per la costruzione di un impianto idroelettrico. Lo ha girato, nel marzo del 2010, un suo stretto collaboratore silurato nel settembre scorso per far posto ad un uomo più gradito a Berisha. Il filmato finisce sulla Rete e in tv. Le immagini e il sonoro sono inequivocabili.
L’opposizione socialista che non ha mai riconosciuto l’esito elettorale delle legislative del 2009, denunciando delle frodi, chiede le dimissioni dell’intero governo e nuove elezioni. Il premier Berisha, come capita spesso, ha parlato di complotto. Perfino di fronte all’evidenza delle immagini ha sostenuto che si trattava di un abile fotomontaggio e indicato proprio il sindaco come l’autore del falso. Tre giorni fa la situazione è degenerata in Parlamento. Maggioranza e opposizione sono venute alle mani. Neanche le dimissioni dell’ex vice primo ministro Meta, ha calmato la rabbia delle opposizioni che hanno deciso di scendere in piazza.
«C’era gente comune, anche pastori venuti dalla campagne – ha raccontato l’italiano Valerio Muscella, 25 anni, da un anno a Tirana tramite l’ong Vis e ieri presente al corteo – ma era gente esasperata per la corruzione e il disagio sociale diffuso». L’Albania, infatti, oggi risente della crisi mondiale e deve soprattutto fare i conti con la contrazione della sua bilancia commerciale che risente dell’esclusione dal mercato europeo. La domanda per l’ingresso nella Ue è ferma dal 2004. La forti tensioni interne e internazionali hanno finito per contagiare anche il debolissimo governo di Berisha. I tre morti di ieri rischiano di provocare l’ennesimo focolaio che sta infiammando il bacino del Mediterraneo.


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