Sudan, la paura prima del voto

JUBA. «Qualunque sia il risultato del referendum, che vinca l’unione o la separazione, dobbiamo garantire la pace e la sicurezza per tutti i sudanesi, perché non ci sono alternative alla coesistenza pacifica». È stato questo il nocciolo del messaggio che il presidente del Sud Sudan, e vicepresidente della repubblica, Salva Kiir Mayardit ha inviato ai suoi concittadini. A tutti, settentrionali e meridionali, ma in particolare ai sud-sudanesi che da oggi si recheranno alle urne per scegliere il futuro della loro regione.
All’affollatissima conferenza stampa organizzata presso il palazzo presidenziale di Juba – e spostata all’ultimo istante nel giardino per evidenti e inizialmente sottostimati limiti di spazio nella sala interna solitamente dedicata a queste cose – il presidente Kiir si è presentato con il suo caratteristico cappello nero da cowboy. Prima di lui aveva parlato John Kerry, presidente della Commissione esteri del Senato americano, che ai giornalisti stranieri riuniti sotto i manghi presidenziali ha ribadito l’impegno degli Usa e di tutta la comunità  internazionale a seguire con estrema attenzione quanto succederà  in Sudan nei prossimi giorni e mesi. «Il momento che stiamo vivendo – ha detto Kerry – è particolarmente importante. Non solo perché sancisce l’autodeterminazione del Sud, ma anche perché segna il rinnovo di una nazione nel Nord». La cui stabilità , secondo l’ex candidato presidenziale, «è importante tanto quanto il risultato del referendum del Sud».
Kerry ha poi riportato l’attenzione sui negoziati tra gli ex ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) che governano il Sud e il Partito del Congresso nazionale (Ncp) del presidente Bashir che controlla il Nord. Trattative essenziali, per cercare di sciogliere entro la data di scadenza del trattato di pace, il 9 luglio prossimo, i nodi ancora irrisolti del rapporto tra le due parti del paese. «Dagli incontri che ho avuto a Khartoum prima di venire qui a Juba», ha detto il senatore, «posso anticiparvi che se tutti seguono la buona fede – ma questo è sempre il test più difficile – decisioni positive potranno essere prese nel giro di poche settimane».
Parole distensive, che Salva Kiir non ha mancato di rincarare. Chiamando «mio fratello» il presidente della repubblica Omar Hassan al-Bashir, riconoscendo il merito di entrambe le parti, Splm e Ncp, di essere «riusciti a superare gli ostacoli in questi anni di pace e di applicazione del trattato», ribadendo a più riprese, quasi in un leit motif, «l’incessante impegno di tutti a garantire la pace e la sicurezza, in particolare per i cittadini sud-sudanesi nel Nord e per i nord-sudanesi nel Sud».
E proprio sul futuro status dei meridionali che decideranno di rimanere nella parte settentrionale del paese anche dopo l’eventuale indipendenza del Sud ha parlato, in un’intervista al network arabo Al-Jazeera, il presidente Bashir. Dicendo che sarebbe «illogico» che mantenessero la doppia cittadinanza, settentrionale e meridionale, dopo aver scelto l’indipendenza. «Se i sud-sudanesi decidono di dividere il Sudan in due stati per creare il loro proprio paese e allo stesso tempo vogliono mantenere la cittadinanza nel Nord, allora lascino che il Sudan rimanga unito», ha ragionato Bashir.
Al di là  del problema della cittadinanza, una delle questioni ancora irrisolte da affrontare dopo il referendum, Bashir ha anche suggerito di concludere un accordo simile «all’Unione Europea» nel caso in cui il Sud scelga l’indipendenza. «Non stiamo parlando di una forza di difesa comune», ha spiegato il presidente sudanese alla tv del Qatar. «Ma ci sono discussioni in corso riguardo la possibilità  di creare un’unione tra due partner per affrontare insieme gli interessi comuni, in materie quali la sicurezza, l’economia e lo sviluppo».
Le parole rassicuranti e i toni concilianti della politica fanno a pugni con la notizia di scontri tra lo Spla, l’esercito meridionale, e la milizia guidata da Galwak Gai, uno dei leader che dopo le elezioni dell’aprile scorso si sono ribellati contro il governo di Juba. Gli scontri, che si sono verificati nello stato meridionale di Unity, tra i più ricchi di petrolio, hanno avuto luogo tra venerdì e sabato e hanno causato sei vittime.
* Lettera22


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