Sangue nelle strade della rivolta, poi Ben Ali apre e promette di tutto

CONTINUA|PAGINE 2, 3 Con l’entrata in vigore del coprifuoco, per la seconda notte, si attende il nuovo discorso del presidente Ben Ali. Che parla puntualmente alle 20, dieci minuti in cui cerca di giustificare il proprio operato nei confronti di quelle che definisce «bande di criminali». Ma evidentemente si è reso conto che le accuse non bastano e ha annunciato una commissione di inchiesta sull’uso sproporzionato delle armi contro i manifestanti e ha promesso libertà  di stampa. Ma non subito, sarà  una commissione presieduta da una personalità  a fare una proposta che dovrà  prendere in considerazione anche la revisione della legge elettorale (affermando che una presidenza non può essere eterna).
Soprattutto Ben Ali ha cercato di coinvolgere tutte le forze politiche e sociali per far fronte alla drammatica situazione, di cui è l’unico responsabile. Ma i tunisini hanno accolto le sue parole con scetticismo. Ed è comprensibile: mentre il presidente annunciava la liberalizzazione di Internet, il collegamento veniva chiuso a molti abbonati. In serata centinaia di sostenitori hanno inscenato una manifestazione in sostegno del presidente, probabilmente pilotata dal regime.
Ben Ali si è rivolto ai tunisini alla vigilia della grande prova di forza: oggi lo sciopero generale convocato dall’Unione generale dei lavoratori tunisini cercherà  di dare una nuova spallata al traballante regime di Ben Ali. La sua famiglia pare abbia già  lasciato il paese, chi per il Canada chi per i paesi del Golfo. I giganteschi manifesti del leader che ha guidato un regime autoritario e corrotto per ventitrè anni appaiono ancora più surreali mentre cade la sera su una città  che non è più un regno incontrastato della sua famiglia.
La resistenza si sta organizzando per sostenere quella rivolta nata spontaneamente nel sud del paese per poi allargarsi ed estendersi fino alla capitale. Una rivolta che mantiene la sua caratteristica spontanea soprattutto per evitare la repressione, le proteste scoppiano improvvisamente in un quartiere, mentre un altro appare deserto e altre vie sono affollate di gente che corre a casa a piedi in mancanza di mezzi di trasporto. Le parole d’ordine vengono trasmesse con il passaparola e anche le proteste di oggi saranno a sorpresa.
Le promesse tardive, inconsistenti e un po’ beffarde del presidente non incantano più nessuno, anzi aumentano la rabbia di chi si è sentito sfruttato, represso e imbavagliato per tanti anni. Ieri il presidente ha deciso una diminuzione dei prezzi dei beni di prima necessità  e un indennizzo di disoccupazione per i giovani di 150 dinari (circa 80 euro), dopo aver promesso giorni fa la creazione di 300.000 posti di lavoro.
Ma la rivolta, nata circa un mese fa sui problemi economici, è andata oltre chiedendo una riforma politica, un cambiamento radicale del regime ovvero la fine del potere dispotico di Zine el-Abidine Ben Ali. E non basta nemmeno aver sacrificato due simboli del potere, come i consiglieri del presidente Bendhia e Abdallah, fautore del bavaglio alla stampa, per riacquistare credibilità . E comunque la nota dominante del regime continua ad essere la repressione, i morti aumentano, per il governo sono 29 ma per la Lega per i diritti dell’uomo sono 66.
Si vivono momenti estremamente difficili e molti tunisini per paura non osano uscire di casa ma stanno attaccati alle tv satellitari e soprattutto Internet – il vero strumento d’informazione in questa rivolta. C’è chi va sul tetto di casa per vedere cosa succede intorno – il fumo che sale da un quartiere è il segno di una rivolta in corso – per poi comunicarlo agli amici che a loro volta hanno raccolto altre notizie. Il telefono suona incessantemente. Ma i numeri cambiano, la precauzione non è mai sufficiente: le detenzioni continuano, nonostante l’annuncio di Ben Ali, che avrebbe liberato tutti gli arrestati, e si teme per la vita di Hamma Hammami, leader del Partito comunista dei lavoratori arrestato mercoledì.
Non solo, corrono voci che siano iniziati anche assassinii mirati. Nemmeno i saccheggi e gli atti di violenza sarebbero tutti opera dei rivoltosi, sarebbero entrate in azione milizie che distruggendo simboli del potere, anche economico, cercano di screditare il movimento di protesta e anche di regolare conti all’interno del regime. Lo strapotere della famiglia del presidente e della moglie, soprattutto in queste ore scatenano la rabbia di chi ne è stato vittima ma anche delle varie fazioni che si sono contese il controllo dell’economia del paese.
Nonostante le ore di attesa dove i timori si sommano alle speranze, i tunisini hanno cominciato a parlare, tutti criticano apertamente il regime come non avevano mai osato fare in passato per timore delle ritorsioni. Per strada ti danno indicazioni su dove passare per evitare il peggio, anche sui taxi, quei pochi che si fermano vengono presi d’assalto per il timore di non riuscire a tornare a casa in tempo, tutti raccontano le loro esperienze, quello che è successo nel loro quartiere, i giovani che sono usciti per strada sfidando il coprifuoco, la polizia che ha sparato, parlano di morti che non si conteranno mai. Parlano di quattro morti nella notte fra mercoledì e giovedì, altri dicono che i quattro sarebbero stati feriti gravemente. Ma un morto è confermato. Forse qualcuno racconta quello che ha sentito dire e spesso non è verificabile, ma il velo si è strappato e sarà  difficile ricucirlo. C’è chi mi chiede cosa si dice in Europa ed è imbarazzante ammettere la mancanza di sensibilità  delle forze democratiche che finora non sono andare oltre qualche comunicato. Però le informazioni circolano e questo per loro è molto importante. Quello che stiamo combattendo è la nostra camorra, mi dice un ragazzo per farmi capire meglio di che si tratta. Chissà  chi riuscirà  a distruggerla per primo.


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